lunedì 24 novembre 2008

Quella mezza cosa dell' happy hour

Dalla Gran Bretagna con furore, la febbre dell’”ora felice” che anticipa il pranzo o, più di frequente, la cena,  ha ormai contagiato tutto il mondo. Dallo Studio 54 di New York, simbolo delle notti mondane anni Ottanta alla risto-disco-teatro-mania di casa nostra, polpettone in salsa italiana per gli amanti dell’arte e della letteratura. Sono decine e decine i luoghi dove ogni giorno è possibile ritrovarsi in allegria e fare nuove amicizie, flirtando con uno splitz  e un paio di tartine al salmone.


Se poi c’è di mezzo la cultura, allora è tutta un’altra storia. Perché sono loro i cenacoli del III Millennio, che hanno raccolto l’eredità degli ormai tramontati caffè letterari di stampo ottocentesco, ormai roba da archeologia del divertimento.


A Roma, la sede più impensata dell’aperitivo diventa il teatro, a cui spetta il primato della sperimentazione di un nuovo ritrovo che faciliti gli scambi tra platea e palco. In prima fila c’è il “Centrale”, poi il “dei Satiri” e il “de’ Servi”, tutti posti dove si cena sul palcoscenico. A Catania, nel genere fa scuola   il “Teatro Club  Nando Greco", dove una volta a settimana, tra il primo e il secondo tempo di uno spettacolo, prima dello sfratto dai locali di piazza San Placido, si gustavano cibi rustici e caserecci annaffiati da buon vino.  


In pratica, funziona più o meno così: in una fascia oraria coperta, ma non troppo (nel senso che in Italia si arriva fino a mezzanotte), che parte più o meno dalle 19, si raggiunge il locale prescelto col proprio gruppo di amici e si sceglie il proprio drink. Poi, con un piatto in mano, ci si mette in fila (alcuni sono “fai-da-te”, in altri te lo servono i camerieri) e si scelgono gli stuzzichini salati (in alcuni casi anche dolci) da accompagnare al proprio cocktail. Spesso accade che tra insalate di pasta e piatti freddi si finisce per cenare e per trascorrere così la propria mezza serata, magari facendo un po’ di filosofia.  Come accade a Milano, dove al “Mangiarini Toscani” di via Pasubio ogni lunedì sera  si parla di Kant o Hegel davanti a un cocktail e poi si cena tutti insieme, tra bruschette toscane e un bicchiere di Chianti.


 Ma a condire l’”happy hour”   non sono solo le arti del trivio, ma in qualche caso anche quelle del quadrivio. Così a Perugia già si organizza l’Aperitivo web, una serie di incontri per parlare in modo informale di informatica e di internet. 


L’aperitivo è democratico, non discrimina nessuno. Perfino gli amanti dello sport ne hanno uno. Si chiama “Aperibasket”, ed è una serata dedicata al basket pistoiese con tanto di buffet e musica insieme a giocatori, staff e dirigenti, naturalmente all’uscita del palazzotto, subito dopo la partita. 


Insomma, ce n’è per tutti i gusti. E mentre il governo inglese  sta seriamente pensando di mettere al bando l’happy hour per contrastare il fenomeno  del binge drinking, ovvero l’ abbuffata di alcolici con relativi episodi  di violenza causati dalle sbornie, in Italia il fenomeno è in piena espansione.


In tutto questo, resta ancora un nodo da sciogliere : che cos’è l’happy hour de’ noantri? Poco meno di una cena, poco più di una radunata per familiarizzare con altri, un assaggio di serata tutta da proseguire?


Che sia l’una o l’altra cosa, poco importa. L’happy hour non si può definire. Perché ha il fascino delle mezze cose,  un po’ tutto e un po’ niente.  In fondo è proprio questo che lo rende così irresistibile.


 Elena Orlando (elyorl@tiscali.it) 

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ad un happy hour a Milano in zona Navigli (il sottoscritto la sera a Milano bazzicava sempre in zona Navigli e pure di giorno a volte) conobbi la mia ex.
E noi due, Stella Mattutina, dove mai ci conosceremo ?

Anonimo ha detto...

L'uomo è sempre figlio della cultura alla quale appartiene: anticonformismo, "trasgressione", trendismo modaiolo, linguaggio codificato trovano terreno fertile in queste cosìdette oasi "alternative" del pre-serale che anticipano la vera e propria atmosfera della movida. È l'Italian style con le piazze della cordialità e delle cattedrali del "sundowner" (aperitivo) nei locali più "cool" delle città. E giù a bere idromele nel posto più chic (gestito da uno "shock" ma "furb"), soft drinks, prosecchi al wine bar, long drinks, bibitoni afrodisiaci, succhi tropicali, cocktail del cactus.

Gli uomini non sono liberi. L'insicurezza, la noia, l'inconsistenza intellettuale determinano condizionamenti e bisogno d'appartenenza. Due mali necessari, forse. Senz'altro tutti artifici assimilati, direi quasi interiorizzati, come "valori dominanti" che membri della società si comunicano e si trasmettono ossessivamente. Piccoli rituali tribali transgenici. Ma non parliamo di divertimento!

Anonimo ha detto...

La cultura alla quale appartiene è però figlia dei condizionamenti esterni....e quindi è, inevitabilmente, figlia di puttanI.
Qualora l'individuo ne diventi consapevole allora....sarebbe già un passo avanti verso l'evoluzione della sua mente condizionata.
Gli individui non sono liberi proprio a causa della mancanza di consapevolezza nei confronti di questi condizionamenti.
E la loro mente è una vera e propria scimmia impazzita preda di tutto ciò che li circonda.
Dopo questo seriosino discorsetto: viva gli happy hour, ma solo se portano a conseguenze sessualmente rilevanti !
;-)