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domenica 4 settembre 2011

Terraferma è l'approdo di Crialese, verghiano fino in fondo

Quando la terra è ferma, non frana sotto i piedi. Eppure non c’è terra senza mare a Linosa, dove due donne, in realtà la stessa immagine riflessa da uno specchio d’acqua, quella salata e bizzarra del mare di Sicilia. All’apparenza così diverse Timnit, gli occhi pieni di speranza, quella di approdare in una terra capace di aprirle un nuovo orizzonte e cominciare una nuova storia, la sola sopravvissuta su quel barcone naufragato con 73 anime morte annegate su 79. “Il suo sguardo mi ha ipnotizzato: una donna che aveva appena attraversato l’inferno, con il volto di una persona che sembrava arrivata in paradiso”, racconta Emanuele Crialese, l’ “uomo fragile” del cinema italiano alla 68esima Mostra del cinema di Venezia nel suo giorno. Dall’altra parte un altro destino, quello di Giulietta (l’attrice catanese Donatella Finocchiaro), isolana vogliosa di staccarsi dal suo scoglio. Senza saperlo le due donne condividono lo stesso destino: un futuro diverso, la loro terraferma.
Con questo film si compie la trilogia, dopo Respiro girato a Lampedusa e Nuovo Mondo girato a Ragusa. Cinque mesi sul set, a contatto con una “natura invadente, con la quale all’inizio non è stato facile convivere”, come l’ha definita senza eufemismi Donatella Finocchiaro. Nel cast Beppe Fiorello, il maestro puparo Mimmo Cuticchio nel ruolo del vecchio pescatore, traghettatore di anime verso uno pseudo Paradiso, un po’ come Caronte all’inverso, Filippo Pupillo, alla sua terza volta con Crialese.

È con l’immobilità di questo tempo che la famiglia Pucillo deve confrontarsi. Ernesto ha 70 anni,  vorrebbe fermare il tempo e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Suo nipote Filippo ne ha 20, ha perso suo padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e il tempo di suo zio Nino, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. Sua madre Giulietta, giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest’isola li ha resi tutti stranieri e che non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per suo figlio Filippo. Per vivere bisogna trovare il coraggio di andare. Un giorno il mare sospinge nelle loro vite altri viaggiatori, tra cui Sara e suo figlio. Ernesto li accoglie: è l’antica legge del mare. Ma la nuova legge dell’uomo non lo permette e la vita della famiglia Pucillo è destinata a essere sconvolta e a dover scegliere una nuova rotta.
Verghiano fino in fondo, inclusa quella sottile vena di “compassione” che la “mano invisibile” dello scrittore verista, per vocazione ed estrazione, lo faceva essere dalla parte dei suoi “umili”.

In quell’isola di pescatori, il tempo si è fermato. Non ci sono iPhone, iPad, canali satellitari, computer a mostrare il resto del mondo, un mondo al di là dell’orizzonte, che però c’è esiste, e che la forza dell’ immaginazione quasi materializza del tutto. Inevitabili le polemiche sul tema di stretta attualità degli immigrati che continuano a sbarcare in Sicilia. «La risposta dello Stato è completamente inadeguata e va contro le regole più elementari di civiltà: lasciare morire gente in mezzo al mare è segno di grande inciviltà. Ci sono pescherecci che sono stati sequestrati perché hanno salvato migrati e portati in porto, pescatori accusati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Questa la realtà», si affretta a spiegare il regista, cavalcando le polemiche. Ma l’arte si nutre sempre dell' osservazione della realtà. Che spesso è più dura della pietra lavica. I Pucillo nella loro fierezza assomigliano tanto ai Malavoglia, Ernesto a padron ‘Ntoni, Giulietta ha la fisionomia di Maruzza “a longa” e in questo la Finocchiaro si rivela perfetta nel ruolo. Terraferma sarà nelle sale il 7 settembre per 01 Distribution. E al di là dell’atteso verdetto al Lido, resta un film da vedere con gli occhi del cuore. Per chi a quei luoghi è profondamente legato e per chi non ne conosce i contorni e le sfumature che Crialese rende con straordinaria poesia e realismo. Ché gli occhi di Timnit non si possono dimenticare. In bocca al lupo!

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 2 aprile 2011

Quel clandestino di troppo...




- “Niente da fare, compare. Ormai siamo siciliani”. Era passato un anno da quando Anour e Giuseppe si erano incontrati. Sempre lì, al solito posto, in una calda mattina d’agosto. Le cinque del pomeriggio. Tutt’intorno soffiava un vento caldo, bollente, che avvolgeva i loro corpi stringendoli nella morsa febbrile dell'afa e dell' affanno. “Compa’, qua non respira. Mare, mare”, continuava a ripetere Anour, seduto con le gambe a penzoloni sulla sedia di plastica del bar, proprio all’angolo della strada che portava al cantiere. Il giallo ocra del solleone assediava col suo riverbero ogni cosa, lasciando un alone che sbiadiva i contorni di ogni oggetto su cui si posava, fino a deformarne le sembianze. “Hai visto che cos’hanno detto quegli stronzi? Sono dei capitalisti di merda. Anour, qua nessuno ci tutela. Te l’ho detto. Io sono solo uno sporco tunisino. Devo lavorare e stare zitto, calare le corna e non fiatare. E tu sei un altro poveraccio, un cornuto destinato a montare le impalcature e a salirci sopra. Lavoriamo in nero, compa’, lo capisci? Dobbiamo dargli un bel calcio e mandarli a quel paese, a questi magnacci. Ti rendi conto? Noi rischiamo per 10 euro al giorno la nostra stessa vita. E loro se ne fottono”.

Giuseppe parlava ad Anour vomitandogli un fiume di parole addosso - “Che cosa vuoi farci? Tu ormai hai vent'anni, io l’altro ieri ne ho fatti quarantacinque. E se non porto a casa la pagnotta, mia moglie mi rifà i connotati”, gli ripeteva gesticolando a ogni parola, come a farglielo entrare meglio in testa. Anour ormai conosceva il siciliano come le sue tasche. La prima parola che aveva imparato era travagghiu. “U travagghiu ca nun avemu”, perché il loro, carpentieri pagati in nero con dieci euro a settimana, proprio travagghiu non era. Diciamo pure che ci assomigliava, ma molto vagamente. Era qualcosa per accomodare, per tirare a campare in attesa di qualcos’altro. Di un mestiere più remunerativo, che permettesse ad Anour di comprarsi una casa e di lasciare l’ostello. E a Giuseppe di sfamare un po’ meglio la sua famiglia composta da una moglie e quattro figli: due femmine e due maschi. “U niuru”, così lo chiamavano. Anour era sbarcato a Lampedusa con solo un paio di jeans e una maglietta addosso. E sulle spalle una sacca stracolma di speranze. Non era stato facile attraversare il canale di Sicilia in 100 su un gommone. Ma in fondo Anour sapeva di essere stato fortunato. Tanti, prima di lui, erano morti annegati in mezzo a quel mare. Lui se l’era cavata con un po’ di nausea, un arrivo frenetico e la faccia un po’ stralunata. Giuseppe l’aveva conosciuto per caso, in un centro di accoglienza dove lo avevano trattenuto per i soliti controlli. Era un omone grosso così, con una pancia turgida simile a un cocomero pieno d’acqua. Prima ancora di cominciare a parlare, i due incrociarono per caso i loro sguardi. Ancora non lo sapevano, ma c’era qualcosa che li legava a doppio filo: nessuno dei due aveva un lavoro.

-“Certo che sei davvero strano. Ti ho detto che quando la gente ti dice di spostarti, devi toglierti di mezzo. Punto e basta. Non devi guardarli con quella faccia da minchione. Ti fanno capire che sei uno sporco marocchino? Non cadere nel loro gioco, altrimenti ti fanno a polpette. Se solo gli fai capire che ci rimani male, non hai scampo. Sei fregato”, diceva Giuseppe mentre s’incamminavano verso il quartiere più popolare della città. Anour era appena arrivato e certe cose le doveva sapere. Quella sera girarono tutte le bettole della zona. Ormai erano avvolti dall'odore acre di calamari fritti che i camerieri cucinavano davanti alle trattorie. –“Lo sai come si fa? Ascoltami bene. Per camminare da queste parti, uno come te deve avere per forza la patente. E tu per ora non ce l’hai. Quindi puoi camminarci solo con me. L’hai visto che cos’è successo? Abbiamo appena fatto 100 metri e tutti a chiedermi: a questo chi è? Da dove viene?”. N’ travagghiu ca fa sulu soddi jè n’ travagghiu mischinu. Niuru com’a ttia”, gli gridavano dalla piazza tutte le sante mattine, quando Anour passava che era ancora l’alba e i suoi molestatori si radunavano lì, per la granita di caffè con panna e brioche. Ormai un rito. -“Dobbiamo cercarci un lavoro vero – continuava a ripetere Giuseppe con la bava alla bocca, mentre spalmava il cemento come fosse nutella - Altrimenti la gente, quando t'incontra, continuerà a dire 'Mischinu, mi fa pena'. E' questo che vuoi, la pena, il disprezzo, gli sputi caldi addosso? E poi cominceranno a dire che siamo disonesti e ci disonora, lo capisci? E a te ti fa di nuovo imbarcare per tornartene da dove sei venuto. Qua funziona così. Una cosa te la devi guadagnare sputando sangue dalla bocca, perché non c'è niente per nessuno. Per quelli come noi c'è solo la fame. ‘Sti politici di merda non sistemano più nessuno. Per un posto ti fanno crepare. Gente che per il potere si venderebbe la madre. E di noi non gliene frega un bel niente. Siamo buoni solo a dargli i voti. E poi, una volta eletti, ci danno un bel calcio nel sedere. Solo i loro comodi sanno fare. Tanto loro il culo al caldo ce l’hanno. E i loro parenti pure. Dobbiamo muoverci da soli. Ci vediamo domani, ti vengo a prendere all’ostello. Diceva mio zio, buon’anima, megghiu futtiri ca cummannari. A proposito: se non ti muovi, restiamo fottuti per davvero”. /…




Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)