lunedì 11 agosto 2008

Quell'immensa solitudine dei numeri primi

Arriva con un'aria un po' svagata, gli occhi come accecati dall'immensa luce siciliana. Si ferma a parlare e scrive dediche a ogni passo. Quasi tutti hanno il suo libro in mano. E' il 10 agosto, siamo al Castello Normanno di Aci Castello. Paolo Giordano probabilmente non ha ancora preso coscienza di essere diventato all'improvviso, per l'esattezza da quando ha vinto il premio Strega, la rivelazione editoriale dell'anno. Dall'incontro, è venuta fuori un'intervista, che pubblico qui di seguito, apparsa su "La Sicilia" l'11/08/2008.

Accade così. Alice e Mattia sono come due numeri primi gemelli. Sempre a un centimetro dal contatto. Eppure divisi. Due esistenze, le loro, che si sfiorano, ma non si compenetrano mai fino in fondo. Ed esprimono solitudine, “La solitudine dei numeri primi”(Mondadori, pagg. 304, € 18,00). Lei è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. Una mattina di nebbia fitta finisce fuori pista, spezzandosi una gamba. Lui è un bambino molto intelligente, che decide di abbandonare la sua gemella Michela, ritardata, perché la sua presenza lo umilia nei confronti dei suoi coetanei. Entrambi esprimono un disagio con cui diventa sempre più difficile convivere e che segnerà irrimediabilmente le loro vite.

Il romanzo in questione finora ha venduto quasi 600.000 copie e ha vinto il premio Strega, per la quarta volta in assoluto a uno scrittore esordiente. Parliamo di Paolo Giordano, capelli biondi e occhi blu come il mare che circonda il Castello Normanno di Aci Castello, dove ha presentato il suo libro. E’ torinese, ha appena 25 anni, una laurea in Fisica e un dottorato di ricerca con borsa di studio. Prima di lui, solo Flaiano nel ‘47, La Capria nel ‘61 e Barbero nel ’96 erano arrivati a tanto.

Insomma, tutto si poteva pensare, ma non che lei invadesse in modo così netto il campo minato della letteratura, accaparrandosi un premio che nell’albo dei vincitori vanta nomi d’eccellenza del nostro panorama letterario, come Cesare Pavese, Alberto Moravia, Elsa Morante, Giuseppe Pontiggia. Mica si sente a disagio?
“Diciamo che tendo a non rapportarmi troppo coi nomi di questo elenco. Non ne sarei nella condizione e oltre tutto sarebbe un po’ paralizzante. Posso dire che ci si sente con molta fiducia addosso e con l’acquisita consapevolezza di essere uno scrittore”.

Com’è nato il libro? Aveva già un copione in testa oppure sono stati i personaggi che hanno condotto il gioco, aprendo di volta in volta prospettive nuove e imprevedibili?
“Onestamente, prima di iniziare a scrivere il libro, non credevo che potesse accadere, lo trovavo uno snobbismo da scrittori. E invece mi sono accorto che i personaggi mi hanno trascinato, specialmente nella prima parte. Io mi sono limitato soltanto a prenderli per mano e a seguirli in ciò che facevano. Anche se poi, inseguito, sono dovuto intervenire a mettere un po’ di ordine”.

Leggendo il romanzo, si ha l’impressione che cresca tra le mani. Pagina dopo pagina, la storia si fa più complessa, i protagonisti passano dall’infanzia alla fanciullezza e parallelamente a questo anche i ragionamenti e la scrittura si fanno via via più articolati. Si è ispirato alla sua vita oppure racconta fatti e situazioni che nella realtà non ha mai vissuto?
“Il romanzo è costituito da una serie di episodi, raccattati un po’ dovunque. I fatti della mia vita ci sono, ma sono quelli più trasfigurati. Mi sono rifatto in gran parte a episodi accaduti a persone che conosco bene, amici e amiche che mi hanno raccontato molte cose”.

Roberto Cotroneo, scrittore, giornalista e docente di scrittura creativa alla Luiss, sostiene che si scrive per sedurre il mondo. Qual è il suo rapporto con la scrittura?
“Il mio rapporto con la scrittura è stato un amore che ho stentato molto a riconoscere. Per me all’inizio la scrittura era qualcosa con cui avevo paura di misurarmi. Comunque, per quel che mi riguarda, non c’è nessuna funzione terapeutica che, anzi, ritengo estremamente dannosa. Ora la scrittura è diventata una voglia di apertura all’esterno, un vero e proprio ponte che mi permette di comunicare col resto del mondo. In questo caso, mi ha permesso di esprimere un profondo disagio interiore di alcune persone, che altrimenti non sarebbe stato possibile comunicare”.

E quello con la tradizione letteraria?
"Sono un esterofilo. Leggo David Foster Wallace, Raymond Carver, Michael Cunningham".

Lei ha frequentato due corsi esterni della scuola Holden, dove ha incontrato Raffaella Lops, che è diventata suo editor e agente. Secondo lei i corsi di scrittura creativa servono?
“Certo, ma non tanto per individuare le tecniche. Direi che sono necessari perché rappresentano il primo modo per confrontarsi con qualcuno,visto che la scrittura è un’attività in cui sei molto solo con te stesso”.

Veniamo al rapporto tra i giovani e l’editoria. Tra i due c’è un buon feeling?
“Direi di sì. C’è tanto spazio per i giovani e per idee brillanti e originali. Il mio non è un caso dell’altro mondo. Sono arrivato fin qui senza lunghe attese e senza particolari agganci”.

E’ vero che quando il suo editor Mondadori Antonio Franchini l’ha chiamata per dirle che le aveva cambiato il titolo (l’originale era “Dentro e fuori dall’acqua”), lei si è arrabbiato moltissimo?
“Sì (ride), in un primo momento ho perfino fatto fatica ad accettarlo. Ma poi mi ha spiegato che in certe cose devo affidarmi e quest’altro titolo avrebbe funzionato di più”.

Si sta preparando una versione cinematografica del romanzo. Immagino che ora il suo telefono squillerà con maggiore frequenza. Ha già un altro romanzo in testa?
“ A fine anno uscirà un mio racconto ambientato in Congo, dove sono stato qualche mese fa, all’interno di una raccolta edita da Feltrinelli per il progetto di “Medici senza frontiere”. Descrivo la giornata tipo di un medico francese che lavora laggiù. E poi, sì, un altro romanzo voglio scriverlo. Ma con calma. Ho già in mente un personaggio, ma la storia non c’è ancora”.


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 9 agosto 2008

Com'è facile cedere alle lusinghe del mare. Anche se inquinato

Cari amici, come vedete dalla foto (sono io in versione balneare), alle mie fughe marine proprio non rinuncio, e per fortuna ci pensano loro a colorare la mia estate grigio-cemento, a forza metropolitana. Intanto, vi segnalo una notizia sul mare, purtroppo sempre più inquinato.

Si tratta di San Leone, località balneare del litorale agrigentino. Nauseanti chiazze di liquami hanno fatto capolino tra le onde. Ma non è una novità. Infatti già dall'inizio della bella stagione sono state numerose le segnalazioni in merito, provocate dal malfunzionamento dei pennelli che scaricano a largo i reflui fognari precedentemente depurati.


Solo la scorsa settimana il comune di Agrigento, in seguito alla segnalazione dell'Asl, aveva proibito la balneazione nella porzione di mare antistante il lido della pubblica sicurezza. In quella occasione il sindaco Zambuto aveva puntato il dito contro la Girgenti Acque, accusando l'ente di una mancata tempestività nella riparazione delle perdite dei pennelli a mare, chiedendo entro 48 ore la riparazione delle perdite.


La Girgenti Acque, dal canto suo, aveva risposto che gli interventi venivano effettuati, ma che lo stato dei pennelli era ormai tale da non consentire il loro buon funzionamento. Insomma, si gioca a rimpiattino. Ma nel frattempo, agli agrigentini e ai turisti potrebbe non restare alle narici il sapore di mare e di sale, quanto piuttosto quello di fogna.


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

venerdì 8 agosto 2008

A quella stella cadente ho affidato il mio destino...


"Che le stelle della notte fossero ai tuoi piedi, / che potessi essere meglio di quello che vedi, / avessi qualcosa da regalarti,/ e se non ti avessi uscirei fuori a comprarti. / Stella di mare, tra le lenzuola, la nostra barca non naviga, vola!” ("Stella di mare", Lucio Dalla).

Un omaggio di Stella mattutina al 10 agosto, notte di San Lorenzo e alle sue splendide stelle cadenti che riusciremo a vedere e a cui affideremo i nostri desideri.


Ma anche ai sogni ancora da realizzare, a tutti quelli che in queste notti si saranno amati, scambiandosi l'anima. E a chi vorremmo tanto amare, ma non ce lo permette.


Baci brillarelli

giovedì 7 agosto 2008

Quando il ministero pastorale si unisce all'impegno sociale

Qui di seguito, pubblico una mia intervista - apparsa su "La Sicilia" del 7/08/2008 - a padre Ignazio Mirabella, da otto anni parroco in trincea nella chiesa di San Gaetano alla Marina. Grazie, padre Ignazio. Puoi fare ben poco, e lo sappiamo. Ma ti siamo grati perché sai guardare il mondo con occhi nuovi e lotti per dare un futuro ai tuoi bambini, che poi ti vogliono molto bene. Siamo con te! Perché noi, ai "fiori del male" rispondiamo coi fiori di pesco (in foto, peccato che non possiate sentirne il profumo).


Si chiama padre Ignazio Mirabella, da otto anni è il parroco della chiesa di San Gaetano alla Marina. Cioè da quando l’allora arcivescovo di Catania Luigi Bommarito lo convocò e gli chiese espressamente di “risollevare un quartiere“. E da allora padre Ignazio, una onorata carriera diplomatica alla commissione vaticana “Giustizia e pace” gettata alle ortiche, non fa più le vacanze, e si è gettato a capofitto in un’impresa difficile, complicata: rieducare con umiltà, amore e dedizione i bambini e i ragazzi della Civita. Non usa gli altoparlanti, eppure ogni volta che parla la sua voce si fa sentire. Tanto che nel 2006 la sua scelta di non fare uscire il Santo dalla chiesa per la tradizionale processione nel quartiere “perché non vuole sentirsi un pezzo di legno in balia di calia e semenza, di palloncini e botti chiassosi” sollevò un polverone. Ha denunciato a gran voce il bullismo quando ancora non ne parlava nessuno. E ora, dopo due anni trascorsi in sordina, si riaffaccia alla finestra con la voglia di spendersi contro la piaga della dispersione scolastica, continuando la collaborazione col convitto “Cutelli”, potenziando le numerose attività ricreative pomeridiane, culturali e di gioco. Ma soprattutto,rivolgendo alle istituzioni competenti, proprio nel giorno della festa di San Gaetano, un messaggio a chiare lettere.

“Vorrei lanciare un appello all’Ufficio scolastico provinciale, e alle istituzioni della nostra città, perché si attivino nell’arginare il fenomeno attraverso azioni concrete. Ormai è un problema grave, troppi ragazzi non vanno a scuola. Il percorso pedagogico è a rischio. Si bivacca, si va tutto il giorno in giro. E poi si finisce nella droga, nell’alcool, nell’ostinazione malata a comprarsi i vestiti firmati. E’ tutta colpa dell’Occidente”.
Cioè?
“L’Occidente che sperpera denaro, che venera il consumismo, insinuando nella testa dei suoi malcapitati seguaci l’idolatria nei confronti dei beni materiali. Ecco allora che i nostri ragazzi farebbero di tutto per comprarsi l’ultimo modello di scarpe”.

Parliamo di sicurezza, un tema a lei molto caro. E’ aumentata di gran lunga la percezione del rischio da parte dei cittadini, così come sono aumentati gli scippi e le rapine. Per arginare il problema, il governo ha conferito maggiori poteri ai sindaci e ha predisposto l’esercito sul territorio. C’è chi dice che siamo tornati ai tempi del fascismo. Lei che cosa ne pensa?
“Credo che si debba insistere molto sul fronte della sicurezza. Non è possibile che i bambini vedano per le strade ciò che non dovrebbero mai vedere”.

Lei propone una rieducazione civica in piena regola. E se poi invece le famiglie non collaborano?
“Dico sempre: parliamone. Il dialogo è alla base di tutto. Io vedo soprattutto promesse non mantenute da parte di gente molto ricca che poi non ha fatto un bel niente”.

Per esempio?
“Qui alla Civita si dovevano realizzare palestre, campetti da gioco, luoghi ricreativi e d’incontro. Ma non è colpa di nessuno. Questo è un quartiere troppo antico”.

Lei appartiene a quell’illustre categoria di sacerdoti che da sempre interpretano il loro ministero pastorale innanzitutto come impegno civile, in mezzo alla gente. Non le capita mai di sentirsi solo nelle sue battaglie e incompreso?
“Sì, certo, mi accade e un anno e mezzo fa volevo perfino mollare. Ma c’è la fede. Veda, la fede non può essere staccata dalla vita, dal pianto di un bambino, dalla solitudine di un vecchio, dalla disperazione di un padre che non ha più un lavoro per campare se stesso e la propria famiglia. Lo sa che le medicine non mutuabili che servono ai bambini, le pago io? Altrimenti, se l’immagina che cosa succederebbe?”

Che cosa le dà più fastidio dei suoi parrocchiani?
“Non sopporto quando si vuole essere senza Dio e senza Stato. Come dire:senza spessore spirituale e condivisione civica. Ecco, allora ci rimango molto male, perché vedo tanti immigrati che vengono qui per studiare, per acquisire un titolo di studio con tanti sacrifici. Ma ci rimango male anche quando la politica tradisce la sua vera vocazione, cioè quella di essere al servizio di tutti”.

L’appello alle istituzioni lo ha rivolto. E ai suoi parrocchiani invece che cosa dice?
“Bisogna far loro capire che siamo noi i protagonisti della storia che si evolve e non possiamo demandare neppure al presidente della Repubblica il riscatto della nostra esistenza, del nostro quartiere, della nostra città.Quando si pensa che il Bene debba arrivare solo dall’alto, e non si percepiscono i propri doveri, si sbaglia molto”.


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

mercoledì 6 agosto 2008

Lo sfrenato trasformismo di Marco Cavallaro

Da "Il commissario Montalbano" allo spettacolo teatrale "Pericolo di coppia", fino ad approdare all'esuberanza di Neil Simon con la commedia "Risate al ventitreesimo piano", che da dicembre porterà in giro per l'Italia. Insomma, dalla tivù al teatro, dal serio al faceto, dalla realtà al sogno della rappresentazione scenica. Mica male, se pensate che il 22 luglio ha ricevuto il meritato "Premio Charlot Giovani". Marco Cavallaro è uno, nessuno e centomila. Ma solo artisticamente parlando?... Piccola curiosità: fuori se lo filano più che in Sicilia. Come quasi sempre accade, tranne rare (ma rare) eccezioni, nemo profeta in patria.

Pubblico di seguito una mia breve intervista a lui, apparsa su "La Sicilia" del 5/08/2008

“Il mio mestiere? Una magnifica illusione. E io sono un illuso cronico. Mi illudo sempre delle cose belle”. L’incanto non tradisce nemmeno per un attimo Marco Cavallaro. Nato a Giarre 32 anni fa, da sette vive a Roma, dove fa l’attore (ha interpretato Tortorella nella fortunata serie tivù “Il commissario Montalbano”), lo sceneggiatore, il produttore (da due anni ha creato, insieme all’amico scenografo Federico Marchese , la società di produzione “Esagera”. Vedi sito www.esagera.com). Ha fatto la gavetta al Teatro Stabile di Catania. E il suo blog, nato un po’ per gioco, è frequentatissimo, soprattutto perché lui ama raccontare i dettagli del suo mestiere da insider. Lo scorso 22 luglio, tra le imponenti colonne ioniche del tempio greco di Paestum, ha ricevuto un importante riconoscimento, il primo a livello nazionale, ovvero il “Premio Charlot Giovani”, giunto al suo ventesimo compleanno, grazie allo spettacolo “Pericolo di coppia”, da lui scritto e prodotto, con la regia di Claudio Insegno.
“Con quasi 600 repliche, abbiamo girato in lungo e in largo l’Italia, portando in giro i drammi della coppia, quelli in cui tutti noi ci riconosciamo. Ma, nonostante le difficoltà, si va avanti lo stesso. Per fortuna c’è il lieto fine”.

Qual è il rischio maggiore per una coppia?
“Direi la monotonia”.

E la sua vita di coppia invece come va?
“(Ride) Beh, direi bene. Ho analizzato talmente a fondo i problemi di coppia che ormai conosco quasi tutte le situazioni e so come uscirne fuori. Come dire, conosco tutti i trucchi”.

Ora, che cosa sta preparando per il suo pubblico?
“Intanto, continueremo a portare in giro “Pericolo di coppia”. E poi, sto producendo “Risate al ventitreesimo piano”, un’esilarante commedia di Neil Simon sulla tv spazzatura. Poco prima di Natale, inizieremo la nuova tournée di cinque mesi e verremo anche in Sicilia. E forse a Catania”.
Nel suo curriculum c’è teatro, ma anche televisione. All’appello manca solo il cinema.
“Già, proprio non mi vuole… E dire che ho appena scritto una sceneggiatura per un film, ed è anche piaciuta, però non so ancora come andrà a finire. Da questo lavoro è nato "Parola d’onore", il mio ultimo libro, in uscita a ottobre”.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

lunedì 4 agosto 2008

L'irresistibile fascino della trasparenza


Cari amici, l'altra sera il quotidiano "La Sicilia" mi ha spedito come inviata a San Giovanni La Punta, uno dei paesi alle pendici dell'Etna. Aria sana, un'autentica boccata d'ossigeno a pieni polmoni, direi una piacevole, seppur temporanea, fuga dal caos catanese...

Ma soprattutto, la gioia di un incontro. Quello con Leo Gullotta, a cui è stato consegnato, nell'Anfiteatro comunale, il premio "Turi Ferro", giunto ormai alla sua terza edizione.

Leo, grazie per la bella serata. Grazie per la tua amicizia, semplicità, umanità e per averci ricordato che la diversità è ricchezza e che bisogna avere il coraggio di essere diversi. Sei la dimostrazione vivente di come si può arrivare al successo partendo da zero. Senza essere figli d'arte, né figli di papà. Senza essere raccomandati, né ricchi, né furbi. Senza essere imbroglioni, disonesti, arraffoni, ecc, ecc. Insomma, per dirla in breve, con tanta fatica e dedizione, e grazie al proprio talento e alla propria tenacia. E di come poi, una volta arrivati al successo, si può restare se stessi, rimanendo fedeli ai propri valori e coi piedi ben piantati a terra, senza tirarsela affatto.

Pubblico qui di seguito, l'articolo che ho scritto sulla serata, apparso su "La Sicilia" del 5/08/2008. Nelle foto, Leo Gullotta e io insieme a Ida Carrara, moglie di Turi Ferro.


Un adorabile cruccio, ma soprattutto un seme aureo da spargere senza risparmio su chiunque avesse la fortuna di assistere a qualcuno dei suoi spettacoli. Questa fu la sicilianità per Turi Ferro. Ma non per la Sicilia, troppo spesso prigioniera di chichè infarciti di folclore e ormai sempre più argomento banale e semplicistico, denigratorio e a tratti perfino irriverente. E non a torto, quando si allude a una sicilianità malata, discriminante, che limita e castra. Quella che ci fa sentire al centro del mondo, e ci impedisce di guardare al di là di un orizzonte, il nostro, piccolo e meraviglioso.

Ecco perché Leo Gullotta preferisce iscriversi alla schiera di quei siciliani che, pur amando moltissimo la loro terra, si ostinano a guardare al di là di quell’orizzonte, quanto meno per cercare di capire che cosa c’è. E lo sottolinea dal palco dell’Anfiteatro di San Giovanni La Punta, mentre la consorte di Turi Ferro, Ida Carrara, anche lei attrice (sarà la protagonista di uno spettacolo della prossima stagione dello Stabile, un omaggio alle più note scrittrici del ‘900), gli consegna in mano il pesantissimo premio dedicato al marito, che l’assessorato comunale al Turismo e allo spettacolo ha organizzato con cura per il terzo anno consecutivo. E lo fa alla presenza di 2000 persone che lo applaudono con affetto quasi ad ogni parola pronunciata dal palco con la consueta familiarità e simpatia che lo caratterizzano.

“Un premio che quest’anno va a Leo Gullotta perché è un attore che si è formato alla scuola di Turi Ferro e ne ha saputo raccogliere l’eredità, attraverso una straordinaria poliedricità, che gli permette di passare con estrema disinvoltura dal comico al tragico, e attraverso lo spessore umano, che lo rende un uomo davvero straordinario”, scandisce Sara Zappulla Muscarà, docente di Letteratura italiana all’Università di Catania e appassionata studiosa di Turi Ferro e del suo teatro, che ha espresso la motivazione del premio.

Un premio dunque all’attore e all’uomo Gullotta, che non manca di ricordare il suo incontro fatale col celebre attore conterraneo, agli esordi di quella che poi si sarebbe rivelata una fortunata carriera: “Avevo 14 anni e sono entrato allo Stabile per pura curiosità, restandoci poi dal ’61 al ’72. Allora, sapete, non c’erano i mezzi di comunicazione di oggi. E, come una spugna, ho iniziato ad assorbire quell’acqua, un’acqua sana, pulita e onesta. L’acqua che sgorgava dall’insegnamento di Turi Ferro e dalla disciplina di Mario Giusti, l’allora direttore del Teatro”, ricorda Gullotta, non senza un filo di emozione. Lui, ultimo di sei figli, nato e cresciuto al Fortino di Catania, un quartieraccio. Eppure il padre pasticciere lo ha mandato subito a scuola, a differenza di tanti suoi più sfortunati compagni di gioco.

“I miei mi hanno insegnato tre cose molto importanti: il rispetto per i diritti degli altri, non dare facili giudizi ed essere onesti”. Ed è proprio l’onestà il più alto valore che Turi Ferro gli ha trasmesso: “Lo ricordo come una persona onesta nel lavoro e nella vita, e molto esigente”. Esigente ai limiti del perfezionismo. Ma andava bene così. Visto che oggi siamo arrivati all’estremo nell’altro senso: “C’è una totale mancanza di disciplina e di studio. Si è convinti di poter arrivare subito al successo, si va troppo di fretta e ci si monta subito la testa. Il successo invece dev’essere innanzitutto con noi stessi, nel senso di riuscire a trovare equilibrio e serenità prima di tutto dentro di noi”, dice Gullotta, un attimo prima di passare a scherzare sui programmi televisivi, specie su quelli di costume. “L’importante è apparire, anche senza essere. Mostrare l’iPhone, anche se poi non lo si sa usare”.

Del resto, la tivù vuole stupire a tutti i costi e ammorbare le coscienze critiche. “Siamo tutti in preda a un virus. Non sappiamo più distinguere la qualità dalla banalità. Anche i politici che vanno in tivù cercano solo di farsi notare e basta. Se poi non hanno validi argomenti, poco importa”. Non dimentichiamoci che la diversità è ricchezza, e non bisogna avere paura di esprimerla. Un rapporto d’amore-odio, quello di Leo Gullotta con la televisione, che dice “siamo costretti a subire, mentre invece col cinema e col teatro per fortuna possiamo scegliere noi che cosa andare a vedere”. Reduce da due anni di tournèe con “L’uomo, la bestia, e la virtù” di Luigi Pirandello, ha appena finito di girare un film in Francia, “Quella sera”, e continuerà la sua collaborazione con gli amici del Bagaglino.


Abituato a vestire panni sempre nuovi, perché “l’attore è un clown che si deve saper donare a tutto e a tutti, con grande piacere e grande voglia”, e a interpretare ruoli totalmente diversi gli uni dagli altri, visto che “il medico, se cura un raffreddore, non vale meno di quando opera per una cistifellea”, tornerà in scena ancora con Pirandello, inaugurando il 14 ottobre la prossima stagione teatrale dell’Eliseo a Roma con “Il piacere dell’onestà”. Già, l’onestà, che ormai è diventata una favola. A metà serata, Gianni Bella, che di recente ha presieduto la giuria del festival di Castrocaro, selezionando in appena 20 giorni 450 giovani musicisti, rispolvera prima la sua più bella creazione portata al successo da Adriano Celentano, “L’emozione non ha voce”, e poi, la dolce e intensa “Dormi amore”, scritta sempre da lui per l’ultimo album del molleggiato. E annuncia: “Il Teatro Stabile di Catania mi ha coinvolto, comporrò le musiche di “Civitoti in pretura”.

Nel corso della serata, non sono mancati momenti di danza acrobatica con i Camutis Dance Company e la campionessa mondiale di scherma Rossella Fiammingo, e la reinterpretazione da parte di Edoardo Comis della parodia di Hitler ne “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin. In chiusura, un mini-concerto del popolarissimo Al Bano che, con la sua ugola d’oro, ha interpretato i suoi più grandi successi di oggi e di ieri, con una scaletta dettata dal pubblico. E un appello di Leo Gullotta: “Ora, dopo San Giovanni La Punta, ci attendiamo un omaggio a Turi Ferro da Catania e dal Teatro Stabile”.

Elena Orlando
(elyorl@tiscali.it)

domenica 3 agosto 2008

C'era una volta il tormentone

“Vi prego, non chiamateli tormentoni”. La preghiera di Linus, direttore artistico di Radio Deejay e fratello maggiore di dj Albertino, famoso speaker del “Deejay Time”, storico programma dance pomeridiano, arriva poco prima della partenza ufficiale dell’Estate 2008. Ebbene sì, la proposta è delle più rivoluzionarie e audaci: rinnegare senza alcun rimpianto una tradizione, ormai divenuta troppo onerosa, che ogni estate consacra in maniera ostinatamente forzata le hit più gettonate, un tempo (erano gli anni Sessanta), al mitico juke box con la sua lastra di plexiglass, oggi alla radio o nell’inseparabile iPod che ci accompagna mentre camminiamo per strada, i più frequenti motivetti che canticchiamo sotto la doccia negli afosi pomeriggi di agosto. Tanto per intenderci, del genere di “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto, “Sapore di sale” di Gino Paoli, “Un’ estate al mare” di Giuni Russo, “Aria” di Marcella Bella, “La mia banda suona il rock” di Ivano Fossati, “Andamento lento” di Tullio De Piscopo, “Dancing Queen” degli Abba o “Just the way you are” di Billy Joel, perfetta per un lento a prova di struscio. E molte altre. Ecco, erano questi i nostri tormentoni. Ci ronzavano nelle orecchie e s’insinuavano nella nostra mente a tal punto da sfiorare l’ossessione maniacale. Ogni sera e ogni mattina. Ogni giorno e ogni notte, lì a ritmare le interminabili vacanze al mare, in montagna oppur, per i più sfigati, in città.

Evviva Linus, che ci ha salvato, almeno per una volta, dal pericolo.

Però, a dirla tutta e a voler essere onesti fino in fondo, il tormentone ci ha riprovato ancora. Eccolo, anzi, rieccolo, con la sua bella faccia tosta, disinvolto e sfrontato quanto basta.

Così, quest'estate, che cosa ci tocca sentire a ripetizione? Beh, Give it 2 me di Madonna, naturalmente. E’ lei la regina. E ve ne sarete subito accorti. Basta aprire le radio, visitare YouTube o andare sul sto di iTunes, per ammirare le studiatissime movenze feline della regina del pop, checché se ne dica, giunta splendidamente (anche grazie a qualche aiutino artificiale) ai suoi primi 50 anni (li compirà il 16 agosto). E vedere come si attorcigli come un ragno, mentre ti fissa con fare enigmatico. Si parla del vibrante video del secondo singolo tratto dal suo undicesimo album, Hard Candy, uscito in Italia lo scorso 25 aprile, un mix di R&B, hip hop, pop e dance, prodotto da Madonna, Timbaland, Pharrell Williams, Danja, Justin Timberlake, con la collaborazione di Swizz Beatz, Sean Garrett, Akon e Kanye West, tutti nomi già affermati nel campo della produzione. Attualmente l’album ha venduto 3 milioni di copie nel mondo e 100.000 copie solo in Italia e il singolo in questione, Give it 2 me, uno dei più battuti dalle radio, ha raggiunto il secondo posto nella classifica dei singoli. Ora per la signora Ciccone si attende la performance del 6 settembre allo Stadio Olimpico (l’avevamo lasciata l’estate scorsa, nello stesso posto, appesa a una croce) .

Ma prima ancora, la sua partecipazione come regista, anche se non troppo ferrata in materia, bisogna dirlo, al "Traverse City Film Festival", in Michigan, kermesse creata dall'amico Michael Moore, dove presenterà il suo documentario "I Am Because We Are", già proiettato al Festival del cinema di Cannes. La pellicola parla della situazione degli orfani di Aids in Malawi, dove la pop star ha adottato un figlio assieme al marito Guy Ritchie. Perché per Madonna l’importante è esserci, sempre e comunque, col suo talento seppur discreto e impercettibile (non c’è ma, come dire, non ci fai caso).
E’ questa la risposta, con tutta la forza delle sue braccia scolpite da una dura e costante attività fisica, alla recente spallata del fratello Christopher, che non si è vergognato a lavare in piazza i panni sporchi e a definire la sorella meschina, falsa, interessata soltanto alla cabala, e suo marito Guy Ritchie una specie di idiota. Ma le incomprensioni, si sa, ci sono anche nelle migliori famiglie.

Tornando alle hit di quest'estate, vi sarete di certo accorti di una melodiosa romanticheria che fa “Non ti scordar mai di me […] in fondo siamo stati insieme e non è un piccolo particolare…”. Che in bocca a Giusy Ferreri, ribattezzata la nuova Amy Winehouse, sa ancora di più melodico. E lei, per l’occasione, si è fatta aiutare da Tiziano Ferro, coautore del testo, che come al solito in questi casi c’azzecca sempre, anche dal suo rifugio londinese, visto che il brano è per la quarta settimana consecutiva al primo posto nella classifica dei singoli più ascoltati.

Per chi invece non ha fissa dimora, è nomade dentro e vaga di continuo col corpo e con la mente alla ricerca di un’oasi di pace in cui approdare, c’è “Il Centro del mondo” di Ligabue, primo brano inedito del nuovo album “Secondo Tempo“, che lui stesso definisce “un inno al viaggio virtuale, al viaggio più leggero che esista”.

Se poi siete sedentari, pigri, sfaticati nullafacenti ed eterni sognatori in attesa del principe azzurro o della principessa blu che venga a rapirvi col suo cavallo bianco (destinazione ignota), “A te” di Jovanotti fa per voi. Da ascoltare mentre guardate il mare, sognando ad occhi aperti. State solo attenti a non scottarvi troppo, ché il sole è forte. Altro che plagio! Alle accuse di aver copiato "A la primera persona", canzone di Alejandro Sanz del 2006, Lorenzo risponde così: “l’ho scritta di getto, come succede spesso con le canzoni che poi arrivano al cuore della gente”. “L'ho scritta - aggiunge - seguendo un'armonia molto semplice presente in tante canzoni (é un giro armonico che dicono abbia inventato Bach)".

Resistono ancora in classifica, anche s eun po' più giù, “Underneath” di Alanis Morisette, la spilungona sexy di “Jagged little pill”, vincitrice di ben sette Grammy, e "Mercy”, il secondo singolo estratto dall'album Rockferry della cantante Duffy.

E, della serie il lupo perde il pelo ma non il vizio, non si smentisce l’inossidabile Sergio Mendes, con William & Siedah Garrett e la loro Funky Bahia, lui sì, al settimo posto in classifica. L’artista brasiliano più famoso al mondo ormai si è affidato alle mani esperte di Will I am, produttore e frontman dei Black Eyed Peas. E non tradisce le aspettative, visto che
ci ha abituato a grandi successi, orecchiabili e che ti porti dietro per molto tempo. Basti ricordare “Mas que nada”, un’evergreen da ballare dovunque e comunque.

E già, perché ballare è la nostra passione. Irrinunciabile. Basta solo lasciarsi andare e abbandonarsi senza inibizioni alle sensualissime note che ascoltiamo per piacere e per diletto.


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)