giovedì 7 agosto 2008

Quando il ministero pastorale si unisce all'impegno sociale

Qui di seguito, pubblico una mia intervista - apparsa su "La Sicilia" del 7/08/2008 - a padre Ignazio Mirabella, da otto anni parroco in trincea nella chiesa di San Gaetano alla Marina. Grazie, padre Ignazio. Puoi fare ben poco, e lo sappiamo. Ma ti siamo grati perché sai guardare il mondo con occhi nuovi e lotti per dare un futuro ai tuoi bambini, che poi ti vogliono molto bene. Siamo con te! Perché noi, ai "fiori del male" rispondiamo coi fiori di pesco (in foto, peccato che non possiate sentirne il profumo).


Si chiama padre Ignazio Mirabella, da otto anni è il parroco della chiesa di San Gaetano alla Marina. Cioè da quando l’allora arcivescovo di Catania Luigi Bommarito lo convocò e gli chiese espressamente di “risollevare un quartiere“. E da allora padre Ignazio, una onorata carriera diplomatica alla commissione vaticana “Giustizia e pace” gettata alle ortiche, non fa più le vacanze, e si è gettato a capofitto in un’impresa difficile, complicata: rieducare con umiltà, amore e dedizione i bambini e i ragazzi della Civita. Non usa gli altoparlanti, eppure ogni volta che parla la sua voce si fa sentire. Tanto che nel 2006 la sua scelta di non fare uscire il Santo dalla chiesa per la tradizionale processione nel quartiere “perché non vuole sentirsi un pezzo di legno in balia di calia e semenza, di palloncini e botti chiassosi” sollevò un polverone. Ha denunciato a gran voce il bullismo quando ancora non ne parlava nessuno. E ora, dopo due anni trascorsi in sordina, si riaffaccia alla finestra con la voglia di spendersi contro la piaga della dispersione scolastica, continuando la collaborazione col convitto “Cutelli”, potenziando le numerose attività ricreative pomeridiane, culturali e di gioco. Ma soprattutto,rivolgendo alle istituzioni competenti, proprio nel giorno della festa di San Gaetano, un messaggio a chiare lettere.

“Vorrei lanciare un appello all’Ufficio scolastico provinciale, e alle istituzioni della nostra città, perché si attivino nell’arginare il fenomeno attraverso azioni concrete. Ormai è un problema grave, troppi ragazzi non vanno a scuola. Il percorso pedagogico è a rischio. Si bivacca, si va tutto il giorno in giro. E poi si finisce nella droga, nell’alcool, nell’ostinazione malata a comprarsi i vestiti firmati. E’ tutta colpa dell’Occidente”.
Cioè?
“L’Occidente che sperpera denaro, che venera il consumismo, insinuando nella testa dei suoi malcapitati seguaci l’idolatria nei confronti dei beni materiali. Ecco allora che i nostri ragazzi farebbero di tutto per comprarsi l’ultimo modello di scarpe”.

Parliamo di sicurezza, un tema a lei molto caro. E’ aumentata di gran lunga la percezione del rischio da parte dei cittadini, così come sono aumentati gli scippi e le rapine. Per arginare il problema, il governo ha conferito maggiori poteri ai sindaci e ha predisposto l’esercito sul territorio. C’è chi dice che siamo tornati ai tempi del fascismo. Lei che cosa ne pensa?
“Credo che si debba insistere molto sul fronte della sicurezza. Non è possibile che i bambini vedano per le strade ciò che non dovrebbero mai vedere”.

Lei propone una rieducazione civica in piena regola. E se poi invece le famiglie non collaborano?
“Dico sempre: parliamone. Il dialogo è alla base di tutto. Io vedo soprattutto promesse non mantenute da parte di gente molto ricca che poi non ha fatto un bel niente”.

Per esempio?
“Qui alla Civita si dovevano realizzare palestre, campetti da gioco, luoghi ricreativi e d’incontro. Ma non è colpa di nessuno. Questo è un quartiere troppo antico”.

Lei appartiene a quell’illustre categoria di sacerdoti che da sempre interpretano il loro ministero pastorale innanzitutto come impegno civile, in mezzo alla gente. Non le capita mai di sentirsi solo nelle sue battaglie e incompreso?
“Sì, certo, mi accade e un anno e mezzo fa volevo perfino mollare. Ma c’è la fede. Veda, la fede non può essere staccata dalla vita, dal pianto di un bambino, dalla solitudine di un vecchio, dalla disperazione di un padre che non ha più un lavoro per campare se stesso e la propria famiglia. Lo sa che le medicine non mutuabili che servono ai bambini, le pago io? Altrimenti, se l’immagina che cosa succederebbe?”

Che cosa le dà più fastidio dei suoi parrocchiani?
“Non sopporto quando si vuole essere senza Dio e senza Stato. Come dire:senza spessore spirituale e condivisione civica. Ecco, allora ci rimango molto male, perché vedo tanti immigrati che vengono qui per studiare, per acquisire un titolo di studio con tanti sacrifici. Ma ci rimango male anche quando la politica tradisce la sua vera vocazione, cioè quella di essere al servizio di tutti”.

L’appello alle istituzioni lo ha rivolto. E ai suoi parrocchiani invece che cosa dice?
“Bisogna far loro capire che siamo noi i protagonisti della storia che si evolve e non possiamo demandare neppure al presidente della Repubblica il riscatto della nostra esistenza, del nostro quartiere, della nostra città.Quando si pensa che il Bene debba arrivare solo dall’alto, e non si percepiscono i propri doveri, si sbaglia molto”.


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

2 commenti:

Unknown ha detto...

davvero un tipo interessante padre ignazio,l'ho intervistato un paio di giorni fa durante il corso di giornalismo che si è tenuto a scienze politiche.
Il suo è un cammino da osservare e da raccontare,per questo motivo pubblicherò la sua storia su di un giornale che circola per l'ateno.Chissà magari riesco a sensibilizzare quella che dovrebbe essere la futura classe dirigente...

Sabrina ha detto...

Io sono una studentessa di scienze politiche che ha seguito il corso di giornalismo.Credo che il messaggio di padre Ignazio sia molto profondo:cercare di avvicinarsi soprattutto col cuore a queste realtà di miseria è un obbligo morale al quale non dovremmo sottrarci e ancor di più non dovrebbero farlo i politici...