domenica 24 agosto 2008

Cambio di guardia alla direzione de L'Unità Travaglio ruggisce contro Veltroni

Altro che maschilismo. Altro che discriminazione del gentil sesso. Il futuro è in mano alle donne. Sono loro ormai a portare i pantaloni, dentro e fuori casa, a tracciare le linee guida tra le lenzuola e fuori dal letto, insomma, a condurre il timone. E Renato Soru, il presidente piddino della regione Sardegna, nuovo editore de L'Unità, fresco di nomina, deve averlo capito, se ha deciso di affidare la direzione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci a Concita De Gregorio, ex repubblichina (nel senso del quotidiano “La Repubblica”, il giornale sul quale scriveva fino a ieri).

Scelta azzeccata secondo molti, un po’ meno per Marco Travaglio che, come al solito, vorrebbe far luce fino in fondo sulla liquidazione del direttore uscente Antonio Padellaro.“ Dal comunicato della proprietà - spiega Travaglio - non riesco a capire quali siano le ragioni per le quali Padellaro debba andar via. La parola multimedialità non mi dice niente e, anzi, mi fa venire l'orticaria. Sostanzialmente non viene spiegato nulla, fermo restando che la scelta rientra nelle prerogative dell’editore. È preoccupante che il disegno avviato tre anni fa con la cacciata di Colombo e rimasto incompiuto per la continuità garantita dalla direzione Padellaro, venga ora completato. Il problema non riguarda Concita De Gregorio, che è un'ottima giornalista e che mi auguro faccia benissimo, ma quello di capire i motivi per cui Padellaro debba andar via».

Travaglio fa risalire la decisione del cambio di direttore a un lavoro «negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole» direttamente ai vertici del Partito democratico e in particolare al suo segretario Walter Veltroni. Tutto parte dall'intervista rilasciata da Veltroni al Corriere della Sera dopo l'acquisizione dell'Unità da parte di Renato Soru. Veltroni già allora «auspicava un "direttore donna". Perché, si chiede Travaglio, il segretario di un partito avanza la proposta di un cambio di direzione di un giornale che «non appartiene né a lui né al suo partito»? Secondo il giornalista è il completamento di un «disegno avviato nel 2005, quando Furio Colombo fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale».

Il mondo della politica, da Pollastrini a Gentiloni, da Di Pietro a Capezzone, ha ringraziato Padellaro e augurato buon lavoro alla nuova direttrice. Ma chi è Concita De Gregorio? Nata a Pisa nel 1963, è cresciuta a Livorno. Si è laureata in Scienze politiche e ha iniziato a lavorare nelle radio e nelle tv locali toscane, passando poi al Vernacoliere e al Tirreno, dove per otto anni ha fatto la spola tra le redazioni di Livorno, Lucca e Pistoia. Nel 1990, finalmente il grande salto: approda a La Repubblica di Eugenio Scalfari, per occuparsi di cronaca e politica interna. Nel 2002 pubblica “Non lavate questo sangue”, diario dei giorni del G8 a Genova e un racconto per la rivista letteraria di Adelphi. Nel 2006 esce per Mondadori “Una madre lo sa”, tra i finalisti al premio Bancarella 2007, in cui racconta la fatica di essere madri (tra le altre cose, è madre di tre figli).

Segni particolari: un volto semi sorridente, un’aria discreta e composta, un tono di voce caldo e pacato.

Ma soprattutto, la De Gregorio è una delle poche donne che è riuscita a sedersi sulla poltrona della direzione di un giornale. Un lusso che prima di lei si sono potute concedere in poche. Il caso più recente riguarda il Secolo d’Italia, attualmente diretto da Flavia Perina. Più indietro negli anni va ricordato il tentativo di Pialuisa Bianco di risollevare le sorti dell’Indipendente (1994) e, in tempi ormai remoti, va ricordata l’esperienza di Matilde Serao al Mattino.

Nomina politica? Certo. Riscossa dell’esercito delle femministe in calore del III millennio? Neanche a parlarne. Anche se c’è da dire che ultimamente la “questione femminile” è diventata una cosa seria, perfino più seria dell’eterna e irrisolta “questione meridionale”. E il volo d'aquila delle donne naturalmente votate al comando o impantanate nel carrierismo isterico sta di gran lunga svilendo il volo radente delle sempre più esili eredi di Penelope (spesso per necessità, ma a volte anche, perché no, per vocazione), tutte casa, chiesa e palestra, il cui regno è il focolare domestico. Dunque, uomini, attenti, di voi potrebbe restare appena qualche traccia un po’ blanda e biodegradabile. Potreste fare davvero una brutta fine. Accartocciati e gettati via come un vecchio foglio di giornale.

Ma ora che cosa succederà in redazione? Sarà guerra tra i sessi? E chi può dirlo. Certo, la questione si pone. E' questo l'esito nudo e crudo di anni di battaglie per la parità. Ma la conquista dell’emancipazione sociale e sessuale che cos’ha prodotto? Eccolo, il risultato. Il maschio ora è in netta minoranza, arranca, incespica, è in affanno. Ma soprattutto, in balia delle gonnelle. Appena ne vede una che gli sventola accanto, suda sette camicie e non sa proprio come smarcarsi.

E le donne? E' lì che affondano la lama. Mica hanno pietà di questi poveretti? Macché. Attaccano il maschio di turno, quello si cui hanno puntato (per varie ragioni) gli occhi (e non solo) proprio come fa l’apide quando morde la sua preda. Peccato che qui non si gioca ad armi pari, perché le donne sanno bene come far scivolare e cadere la preda nella loro tana, e poi cucinarsela a fuoco lento. Le donne hanno capito tutto, hanno capito come usare il loro potere di femmine disinvolte e disinibite, azzannando al momento opportuno. E dell'arrendevole dolcezza o della delicata femminilità non sanno proprio che farsene. Le donne ormai hanno capito come farsi largo in tutti i modi e colonizzare ambienti che tempi addietro erano esclusivo appannaggio degli uomini. E lo hanno capito già da tempo.

E' vero tutto questo, ma è pur vero che in alcuni casi, per la verità (si deve ammettere) sempre più rari, oltre a un paio di rassicuranti tette artificiali o oneste, di un eccitante fondoschiena e di due promettenti cosce al vento, c’è dell’altro. E la De Gregorio avrà tempo e modo per continuare a dimostrarlo. Con la sua voce calda e il suo stile giornalistico avvolgente, sì, ma soprattutto col suo sobrio abbigliamento e un comportamento ineccepibile.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

9 commenti:

Marco Cavallaro ha detto...

EVVIVA LE DONNA!!! grazie del commento...a prestissimo

Anonimo ha detto...

Personalmente non ho mai fatto questioni di sesso e, anzi, il femminismo ed il veterofemminismo mi spaventano. Forse più del maschilismo.
I maschi sono tutto sommato "docili", "malleabili" (escluso il sottoscritto, ma la mia indole è fondamentalmente "lesbica" e lo dico senza troppa ironia). Le donne mai: sono pressoché sempre o quasi sempre implacabili.
Posto questo, torniamo a bomba: se una persona ha talento poco c'entra il fatto che sia uomo o donna.
Poi, diciamo anche che non è detto che se uno ha talento sia necessariamente "bravo". Uno "bravo" è anche uno che riesce a farsi leggere e/o a vendere la sua "mercanzia" pur magari non avendo grande talento. C'est la vie.
L'Unità èin crisi da una vita e risente della concorrenza con Repubblica. Praticamente impossibile che si risollevi.
Su Concita De Gregorio debbo dire che condivido quanto ha scritto Oscar Giannino su "Libero" dell'altro ieri: è una donna dell'"apparato" gauche au caviar radical-chic tipico di Repubblica.
Quell'apparato che negli anni '70 vedeva con simpatia il connubio Dc-Pci e che negli anni '80 ha combattuto con la stupidata della "questione morale" (come se loro fossero moralmente incorruttibili) la modernizzazione craxiana.
Oggi quest'apparato è l'agit prop del Pd e come poteva essere diversamente ?
Anche le Feste dell'Unità si chiamano oggi Feste Democratiche e non hanno neanche più il successo di un tempo.
E' ad ogni modo la logica di una sinistra che nasce dal marxismo, flirta con il clericalismo e diventa la vera rappresentante dei Poteri Forti da De Benedetti a Mediobanca alla grande stampa.
Una sinistra alla quale auguro almeno 20 anni di opposizione.

Anonimo ha detto...

La De Gregorio, toscana di Pisa, classe ’63, conduttrice radiofonica di “Prima pagina”, quella della rubrica “Invece Concita”, sul settimanale di Repubblica, adesso “dipendente” di Renato Soru, l’inventore di Tiscali che ha comprato l'«Unità», presidente della Regione Sardegna… m'attizza!... fisicamente.

Ecco il suo “Concita Pensiero”, le sue iniziative:

1) Il 10 ottobre 2003 in un'intervista chiede candidamente a Cossiga: «Senatore, lei è massone?». Cossiga: «Au contraire, madame [...]. Io non posso essere massone perché sono cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano incompatibili». Anche se poi si fa “scappare” che la sua famiglia ha tradizioni massoniche.

2) la citatissima sua intervista a Licio Gelli (La Repubblica, 28 settembre 2003).

3) le sue “posizioni” su pluralismo e informazione. Secondo Alessandro Campi – in "Una certa idea dell'Umbria. Cronache scettiche del «cuore rosso» d'Italia" (2005), a proposito di Umbria Libri sul tema "La costruzione dell'opinione" – «affidarsi, su un argomento così delicato, alle testimonianze professionali di Lorenzo Del Boca, Curzio Maltese, Concita De Gregorio e Fabio Isman, solleva non poche perplessità. Le stesse che nascerebbero in qualunque persona ben informata e minimamente equilibrata se a intervenire sui problemi della stampa venissero chiamati, tanto per fare dei nomi, unicamente Vittorio Feltri, Paolo Guzzanti, Antonio Socci e Piero Ostellino».

4) IL GIORNALISMO SECONDO DE GREGORIO:

«Penso che il problema del giornalismo non sia legato alle persone ma al deterioramento della professione in un tempo estremamente accelerato. Quando abbiamo imparato a fare questo mestiere ci insegnavano che dovevi essere obiettivo, secondo il modello inglese. Ho conosciuto molti giornalisti inglesi, nessuno obiettivo e neppure i giornali in Inghilterra sono obiettivi. Ci dicevano “Cercare notizie, scarnificare la scrittura, raccontare la verità”. Oggi l'ondata di informazione è terrificante (…). Ora fai un clic e sei lì, in un istante, ovunque. Ma la ridondanza estingue la capacità di compatire e crea distanza»

«Lo schermo ha alimentato il nostro senso di estraneità e di isolamento»

«Essere obiettivi oggi è insensato»

«Non c'è più spazio per immaginare e indossare i panni altrui. L'unica possibilità è che voi vi fidiate di me e veniate con noi nel sentiero che abbiamo scelto. »

«Abbiamo bisogno di senso, di darci identità, di separare il bene dal male, perché non è vero che è tutto uguale. Bisogna raccontare con passione, con identificazione, con la fiducia di chi legge e si riconosce. Abbiamo bisogno di ritrovarci nelle storie, di vedere che gli immigrati che arrivano eravamo noi. Serve non l'obiettività, ma l'onestà che è più rara ma più disponibile, perché non è difficile, basta essere educati e cominciare da piccoli».

Cita André Gide: “L’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata”.
E Concita si ripete come un registratore: «è l’unico modo per fare informazione… perché siamo così sommersi dall’informazione che questa si svuota di senso, si crea una distanza in questa vicinanza a tutta l’informazione del globo».

«Viviamo un tempo spaventoso in cui il rischio più grande è l’assuefazione, perché non ci accorgiamo più di niente, tutto succede senza che nessuno più si indigni. Quando ho incominciato c’erano Craxi, Berlinguer, Forlani, Andreotti, De Mita. Devo dire che, rispetto ad allora, c’è stato proprio un mutamento antropologico, perché con quella generazione lì tu avevi degli interlocutori di senso, se vuoi anche di pessimo senso, ma con un’identità molto precisa, una formazione molto forte; un interlocutore che ti diceva qualche cosa che dovevi decifrare, capire, interpretare, tradurre e riferire ai tuoi lettori. Adesso è il contrario: sei tu che devi dare un senso alle cose che dicono, che spesso sono insensate, spessissimo strumentali, autoreferenziali e si perde completamente l’identità in tutto questo, il senso dell’appartenenza. Si dice che non c’è più differenza tra destra e sinistra, che i programmi sono uguali e questa cosa passa, passa che la politica è tutta uguale. Anche “la casta” è un messaggio di un qualunquismo spaventoso, i giornalisti sono tutti corrotti, non è vero; i medici sono corrotti, non è vero. La maggioranza del Paese è sana, il problema è che il modello culturale di riferimento, che sta passando ormai da decenni, è un modello di furbizia, di arraffare, di opportunismo, dove vince il più furbo, il più forte, il più sveglio, e questo sciupa, corrode, corrompe intimamente, per cui chi continua a mandare avanti il Paese lo fa con sempre maggior fatica, con sempre maggior frustrazione e delusione e con scarsa identificazione nell’idea di riferimento»

GRAZIE CONCITA!!! STAREMO PIU’ ATTENTI

Anonimo ha detto...

E che problema c'è se uno è massone ?
E' come se la Concita avesse chiesto a Cossiga se lui è iscritto all'Associazione Culturale tale.
E chi se ne frega ? Sono affari suoi.
Io non avrei nemmeno risposto.
Ad ogni modo i principi della Massoneria non sono affatto incompatibili con il cattolicesimo. Vi sono moltissimi massoni cattolici (anche preti e prelati).
E' il dogma papale a renderli incompatibili ma, si sa, la Chiesa cattolica, così come il comunusmo ed il fascismo, ha sempre combattuto i valori di Libertà, Uguaglianza e Fratellenza alla Gloria di qualsiasi Divinità ciascuno voglia adorare.

Su Licio Gelli, personalmente gli avrei fatto un'intervista sui suoi romanzi e poesie (mi chiedo quanti li abbiano letti e ne siano a conoscenza, peraltro). Decisamente più interessanti del trito e ritrito affaire P2 che, infondo, era una bolla di sapone alimentata dalla grande stampa, come anche documentato dal libro dello stesso Gelli "La verità" e da un saggio di Pier Carpi degli anni '80.

Condivido la necessiatà per i giornalisti di non essere obiettivi.
Purtroppo l'ipocrisia impera in questa professione, così come il lecchinaggio.

Stella mattutina ha detto...

Vorrei tornare su due momenti della densa discussione virtuale.

Il primo riguarda il post di Andrea, che ci riporta un'importante riflessione della De Gregorio a proposito del confronto tra i politici della Prima Repubblica e quelli di oggi. Condivido in pieno quella riflessione. C'è crisi di identità, mancanza di programmi ben precisi, che sappiano davvero tracciare una linea programmatica.

Ma non solo. Ormai, i politici discutono solo di aria fritta. A me, quelle poche (per fortuna) volte che mi è capitato di intervistare un politico, sia di destra che di sinistra, ho sempre avuto quella sensazione descritta dalla De Gregorio: dovevo ricomporre io i tasselli di qualche vuota dichiarazione sparsa qua e là a effetto. Dovevo dare io un senso a tutto ciò che mi era stato detto. E, nonostante mi sia sempre sforzata di far chiarezza, stringere l'intervistato, costringendolo, seppur con le buone, a spogliarsi dell'arroganza del potere e ad abbandonare quell'insopportabile politichese per dire la sua con chiarezza, linearità e concretezza, alla fine, sono sempre rimasta molto delusa.

E poi, ci lamentiamo che la politica non appassiona più. Mi chiedo: in questi termini, perché mai dovrebbe farlo!

La seconda riflessione riprende la conclusione del post di Luca sull'obiettività del giornalismo, che di fatto non può esistere, se proviamo a pensare che un fatto viene comunque raccontato così come lo vede il giornalista che lo racconta.

Sul lecchinaggio, pratica diffusissima e straordinariamente infame, posso dirvi che a me fa schivo, proprio non ci riesco. La dignità, innanzitutto.

L'ipocrisia? E' il cancro del nostro tempo. Fa molto male a chi la pratica e a chi ne è vittima. E anche qui io sono negatissima. Ma molti la preferiscono, quasi la pretendono. E, secondo me, è proprio questo l'aspetto più sconvolgente. E.

Anonimo ha detto...

Ragazzi, devo intervenire! Attenti! Abbiamo detto che l'obiettività non esiste nel giornalismo. Però subito dopo dite: detesto l'ipocrisia, odio il lecchinaggio, fanno schifo. Vi ricordo che “ipocrita” è parola greca. Vuol dire “attore”. Probabilmente Marco Cavallaro ve lo spiegherebbe meglio di me.

Gli Ipocriti (hupokrites, vero E.?) erano uomini-attori di teatro che recitavano personaggi più o meno credibili sul palcoscenico, compiendo falsi ruoli, sostenendo di essere quello che non erano e indossando anche costumi, soprattutto maschere per coprire la loro vera identità. Le maschere indicavano o una persona o un dio che ogni attore rappresentava.

L’Ipocrita era allo stesso tempo uno che risponde, cioè un interprete; un attore, cioè un partecipante di palcoscenico; un simulatore, cioè un pretenzioso, e quindi, nuovamente, un attore.

Ho letto che un certo Feldman, psicologo americano dell'University of Massachusetts, ha condotto una ricerca filmando di nascosto gli studenti che conversavano con stranieri. Dopo averli registrati, convocò gli studenti ad esaminare i filmini e ad identificare le bugie. In media ammisero di aver detto tre bugie ogni dieci minuti di conversazione. Un numero probabilmente più basso rispetto alla realtà. Motivo? Perché abbiamo la tendenza a mentire anche su quante menzogne abbiamo detto (cioè, mentiamo sulle menzogne). Lo studio di Feldman si concentra solo sulle bugie orali, senza tenere conto di altri comportamenti ingannevoli (il linguaggio del corpo, le espressioni facciali,…).

«Noi mentiamo naturalmente, la disonestà è automatica; la maggior parte del tempo non siamo consapevoli delle bugie che diciamo», scrive David Smith, autore del discusso ‘Why We Lie’ (traduz. “Perché mentiamo”; St Martin's Press, 2007). In pratica noi viviamo meglio quando non sappiamo che stiamo mentendo. Smith ritiene che in quello stato non trasmettiamo quei segnali imbarazzanti di disagio che un mentitore intenzionato può a malapena controllare. “Ingannare se stessi” è un tour vizioso: più ci inganniamo e più siamo capaci di nascondere l'inganno ad altri.
Ma perché siamo così disonesti? Non è l'onestà la miglior politica? I fatti sono che nessuno vuole sentirsi dire che è ingrassato o meno attraente. In verità, noi consideriamo quelli che sono veramente onesti di essere schietti, antisociali e anche patologici.

Caro Luca e cara E. non prendiamoci in giro dicendo che “non siamo ipocriti” e “non siamo lecchini”. La nostra personalità cambia notevomente, muta e si adatta alle circostanze. Se vediamo gli altri “in azione” diciamo che sono lecchini e ipocriti. Noi invece, dal di dentro, ci valutiamo simpatici, coerenti e onesti. Non è vero! Siamo esattamente come gli altri. Quando cambia il nostro interlocutore noi adattiamo il nostro modo di esistere e di vedere le cose e muta la nostra personalità. Accettiamoci… Gli unici che non fingono sono gli attori!!!! Grazie Marco!!!

Stella mattutina ha detto...

Può darsi che a volte sia davvero così, che tu abbia ragione.

Però resta il fatto che quando io sono costretta ad adattarmi alle circostanze, soffro da morire e, alla fine, ritorno sempre sui miei passi, ovvero sempre su come sono veramente.

Preferisco mostrarmi per quello che sono. Sempre e comunque. A costo di stare un po', come dire, sulle scatole. E.

Anonimo ha detto...

Caro Andrea, la tua analisi non fa una grinza, ma la mia risposta è tale proprio perché penso di conoscermi bene al punto di non vergognarmi di dire non solo sempre ciò che penso (e fottendomene delle eventuali critiche) ma anche come sono: ho un carattere pessimo, sono umorale, a tratti iracondo, a tratti orso. Narciso pur non potendomelo permettere. Non sono simpatico (neanche a me stesso) in generale né mi interessa esserlo...specie con chi non merita.
Sono financo un falso magro: ho uno stomaco da far paura a causa del fatto che amo troppo il cibo....e non me ne vergogno (in quanto è la mia droga ;-)).
Per finire non amo curare troppo la mia persona: detesto tagliarmi barba e capelli troppo spesso e quanto ai vestiti sono tutto fuorché alla moda.
Difficilissimo x me adattarmi alle circostanze: non a caso preferisco stare da solo anche x manifestare il mio disappunto proprio in "determinate circostanze".
Insomma: sono un cataclisma umano, ma, come i bambini (non a caso smaliziati e privi di principi morali inculcati), non sono capace ad essere diverso da ciò che sono.
Io mi accetto e se gli altri non mi accettano...sono così presuntuoso che penso quasi sempre sia un loro problema ;-)

Anonimo ha detto...

Luca! Ok ok ok, d'accordo. Ho recepito perfettamente. Chiarissimo. Hai vinto. Cercherò di essere all'altezza di tanta "irruenza". Almeno ci proverò. Amo le dissonanze 8-0

A presto