domenica 11 gennaio 2009

Il sapore pallido di un amore anorgasmico

Da quando è successo, niente tra noi è stato più come prima. E ora non mi è rimasto altro che il desiderio inappagato di lui che ormai non oso più chiamare neppure per nome. Lui che mi ha lasciato l’amaro in bocca, riempiendo di lacrime le mie lunghe notti insonni con la faccia sul cuscino e lo sguardo perso nel vuoto. Lo sapevo da qualche mese, me l’aveva rivelato il suo più caro amico. “Mirko sta con un tipo”. Innamorato perso di uno che nessuno aveva mai visto in faccia. Un rapporto turbolento, fatto di tira e molla continui.
Ultimamente, quando c’incontravamo anche con gli altri alle solite riunioni organizzative del gruppo in vista delle elezioni, le sue isterie turbavano sempre più spesso i lineamenti soffici e delicati del suo volto femmineo. E sapevamo che era tutta colpa di quel tipo misterioso.
Mirko non era molto alto, era magro, senza un filo di pancia. I capelli castani gli scendevano appena sotto le orecchie. Gli occhi piccoli e celesti non stavano mai fermi. Le occhiaie nell’ultimo periodo si erano fatte più profonde. Dormiva un paio d’ore a notte. Mirko aveva il pallino della politica. O meglio, della carriera politica. E rincorreva disperatamente un seggio per le Europee. Ma stavolta l’accordo c’era e il seggio era sicuro.

Quando la sera uscivamo tutti insieme, al termine di quelle interminabili riunioni, si allontanava di continuo dal gruppo per parlare al telefono. Ma non solo di accordi, di seggi e di strategie per le campagne elettorali. Ogni telefonata durava anche più di mezz’ora. Poi tornava tra noi, ma faceva in modo che nessuno gli chiedesse mai niente. Quello spazio segreto era suo e basta.
Io nell’attesa restavo con gli altri, ma la mente era lì con lui. Avrei pagato oro per ascoltare che cosa diceva al telefono. Dal primo istante che lo vidi, percepii in lui qualcosa di strano, di diverso. La sua sensibilità, la sua dolcezza non erano comuni. Riusciva a leggermi negli occhi prima ancora che pronunciassi una parola. Quelle poche volte che in qualche modo lo facevamo, a modo nostro, certo, ma quasi lo facevamo, mi baciava con discrezione, come a non voler mai invadere il mio corpo e la mia persona. In un certo senso facevamo l’amore. E lo facevamo per ore, senza mai stancarci. Poi mi stringeva la testa tra le sue mani così forte da farmi male. Ho sempre pensato che fosse il suo modo per scaricare una certa rabbia che aveva con se stesso. Ma un attimo dopo erano baci e carezze dappertutto. E a lungo.
“Non guardarmi così”, mi diceva. Non reggeva i miei occhi incollati ai suoi. Lo infastidivano parecchio. Ormai nel nostro gruppo di amici lo sapevano tutti. Io ero innamorata persa di lui. E lui ogni tanto mi dava il contentino, ma amava l’altro. Quel tipo che nessuno di noi aveva mai visto.
Perché io e lui ci avvicinassimo, seppur con una certa approssimazione, al concetto tradizionale di coppia, c’era qualcos’altro da dire, da capire bene a fondo. Come quando quella volta mi chiamò al telefono nel cuore della notte con una certa insistenza. Voleva che lo raggiungessi. Io invece non volevo. Ormai sapevo tutto, o quanto meno ciò che bisognava sapere. Lui non sarebbe mai stato mio. Ma era dell’altro. Perché tra me e l’altro, aveva già scelto da un pezzo.
Eppure aggrottai le sopracciglia e cominciai ad agitarmi. Il cuore mi rimbalzava nel petto. Sentivo un gran caldo. “Vieni, stanotte ti voglio”. “Dai… Smettila con questa storia. Sei patetico. Che cosa vuoi da me? Lasciami in pace!”, risposi con la voce roca. Eppure lo volevo anch’io, quell’incontro. Saltai giù dal letto e lo raggiunsi quasi subito. Era da poco passata l’una di notte e le strade in città erano semideserte. Il motore della macchina parcheggiata sotto casa era così freddo che impiegò un po’ ad accendersi. Un sottile strato di ghiaccio rivestiva le vie del centro e bisognava frenare piano, per evitare di sbandare con l’auto. Bussai alla sua porta con desiderio misto a gioia. Ma in fondo era solo masochismo. Puro masochismo.

In quella stanza si respirava fumo di sigaretta misto a odore di cannella. Niente era in ordine. Le tende ingiallite dalla polvere, il telefono bianco del comodino spostato sulla scrivania, fogli di giornale sparsi qua e là per terra, e sul comodino un posacenere stracolmo di cicche.
Lui cominciò a spogliarmi con violenza. Non mi lasciò neppure il tempo di accorgermi che sul letto c’era un ragazzo biondo, con gli occhi verdi. Sguardo malizioso, strafottente. Spalle larghe, ventre scolpito, aria sicura di sé. Qualche istante dopo, capii che l’altro era lui, e ora finalmente mi stava davanti. Il suo amore di sempre era lì, accanto a me. Era completamente nudo e mi guardava. O meglio, guardava lui e me che ci rotolavamo sul letto. A un certo punto, mirko voltò la testa verso di lui e con un rapido cenno del capo lo invitò ad avvicinarsi. “Che fai, Mirko? Dai, smettila”, sussurrai a stento. In realtà speravo ancora con tutta me stessa che l'altro se ne andasse e mi lasciasse da sola con lui.

E invece mi ritrovai con tutti e due che mi accarezzavano dovunque e contemporaneamente, come se stessero eseguendo una sinfonia di Beethoven a quattro mani sul mio corpo, che era la loro tastiera. E io, con gli occhi socchiusi, non riuscivo a svincolarmi da loro. Il ritmo di quelle carezze si faceva sempre più incalzante e io non avevo più un solo indumento addosso. Finché lui mi chiese di donarmi a entrambi. Era l’unico modo per godere tutti insieme. Ricordo solo che mi alzai di scatto, come se mi avesse attraversato una scossa elettrica. M’infilai pantaloni e felpa e corsi verso la porta, che chiusi dietro di me con forza. Come a voler chiudere per sempre quel capitolo doloroso e oscuro della mia vita. Come a voler rimuovere per il resto dei miei giorni quell’ amore anorgasmico, quella brutta storia. E lasciarmela una volta per tutte alle spalle. Ma una domanda continuò a violentarmi la testa per un bel po’ di tempo. Si può amare a tal punto da accettare che lui ti tradisca con un altro?

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 10 gennaio 2009

Quel messaggio nella bottiglia, che arriva dal mare...

Nella vita c’è chi parte e c’è chi resta. Chi sceglie di non vivere neppure una vita e chi invece decide di provare a viverne tante. Chi, come Paola (Egle Doria), si rinchiude in casa per fare compagnia all’anziana madre nel buono e nel cattivo tempo. E chi invece, come la sorella Alice (Giovanna Criscuolo), fugge via dalla propria famiglia per liberarsi da una gabbia che le impedisce di emanciparsi e di provare a realizzare i propri sogni.

“La fotografia” di Totò Calì è anzitutto il dramma della famiglia calato nella contemporaneità della sua profonda crisi. Sulla scia del filone drammaturgico statunitense che va da Eugene O’ Neill e Lars Norén a Sam Shepard, e di quel conflitto spiegato da Dennis Welland in termini di lotta tra due forze antagoniste all’interno della cellula domestica: quella centripeta e quella centrifuga, con la sua tendenza all’evasione e alla disgregazione dei legami familiari (lo storico John Demos designò la moderna famiglia mononucleare come “hothouse family”, ovvero famiglia-serra, a denunciarne la natura asfissiante).

Lo spazio scenico in cui si muovono i personaggi esprime - più che con giochi scenografici, esclusivamente con la forza della parola - la profonda lacerazione del focolare domestico, ora non più porto sicuro in cui rifugiarsi quando il mondo intorno vuole troppo o altro, ma quasi una trappola attraversata da feroci tensioni, ipocrisie di fondo da cui volersi liberare con forza (emblematico il dialogo intenso e drammatico in cui Alice non può non ricordare a Paola, che invece si ostina a non vedere la realtà e a conservare una sua idea di famiglia lieta e candida, la vicenda dello zio Gaspare che consumava ogni notte la sua relazione segreta con la zia). Ed è proprio Paola, col vestito della madre addosso, che corre ad attaccare ai rami dell’albero genealogico, che la sua coscienza ha dipinto su una tela, le foto ingiallite dei parenti. In attesa dell’ultima foto, desiderio espresso dalla madre sul suo diario prima di morire. L’ultima foto con tutti i parenti insieme. Uno scatto che non c’è e non ci sarà.

Dalla riflessione sulla famiglia, a metà spettacolo, se ne snoda un’altra di carattere sociale: un convincente Massimo Leggio, insieme al suo pupazzo Franco Bellia, fa notare al pubblico del Teatro Tezzano come i potenti di oggi, sempre più buffoni e ciarlatani, abbiano rubato il mestiere ai veri professionisti della satira di costume, voce del popolo.

Mentre l’orchestra di sei elementi, in un angolo del palco, suona e canta in dialetto siciliano l’amore che, se è troppo, soffoca e distrugge, nel video proiettato sullo sfondo scorrono le immagini di corpi seminudi e senza forze, che cercano invano di staccarsi dagli scogli del mare, dalle proprie radici. Alice, vestita di bianco, alla fine si ritrova sola come Paola e ritorna anche lei al punto di partenza, di nuovo su quella spiaggia dove aveva trovato la foto come un messaggio nella bottiglia. Non si può fuggire da se stessi e dai propri ricordi. Eppure lancia nel mare la sua bottiglia. Perché anche le illusioni hanno una strada da percorrere.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it), pubblicato su "La Sicilia" del 10/01/2009

venerdì 9 gennaio 2009

Nicola Costa: "Interpretare Beethoven? Un rapimento esistenziale"

Ci vorrebbe Beethoven a risollevare le sorti di una scena artistica fiacca e sempre più affollata di “senza talento”. Ma per fortuna c’è stato. E con la sua musica ha segnato un’epoca.
Nicola Costa, attore-regista e drammaturgo catanese che ha già conseguito importanti riconoscimenti come il Premio letterario europeo per la nuova drammaturgica nel 2002 a Piediluco (Terni) con “Elgema” e nel 2003 a Venezia il Premio nazionale “I Fiumi” con “La Porta”, ha deciso di far rivivere a teatro il grande genio tedesco.

Dopo il successo di critica e pubblico riportato dalla precedente messa in scena al Teatro Nazionale di Budrio (Bologna), con sette minuti di applausi, Costa approda ora al Teatro del Tre diretto da Gaetano Lembo, dove il 9 gennaio alle 21 (con replica sabato 10 alla stessa ora e domenica 11 alle 18) debutterà con Dear Ludwig, ovvero “sogni, passioni, amori e frustrazioni di L. Van Beethoven”, una ricostruzione storica intensa della vita del compositore di Bonn che, insieme ad Haydn e Mozart, è considerato il padre del classicismo musicale viennese.
Lo spettacolo, costruito come un puzzle, con oltre due anni di studio e di ricerca, sarà accompagnato da alcune tra le più celebri sonate per pianoforte: Al chiaro di Luna, Patetica e Appassionata.

Si racconta Beethoven nella sua dimensione più intimistica e privata, e quindi meno conosciuta. Quella dei suoi rapporti contraddittori coi familiari, con Dio, con la malattia che lo rese sordo a soli trentuno anni. Ma si racconta anche l’emblematica contestazione rivolta a Napoleone quando questi si autoproclamò imperatore, la stima palesemente espressa nei confronti di Mozart e Goethe, sino al testamento di Heiligenstadt del 1802 fedelmente riportato senza alcuna riduzione del testo.

Ad affiancare Nicola, in scena nei panni di Ludwig, gli allievi dell’Accademia di recitazione del Teatro del Tre di Catania diretta da Gaetano Lembo (Daniele Sapio nel ruolo dell’amico Wegeler, Melania Puglisi in quello dell’amata Teresa, Dario Cocciante nella veste del fratello Johann, Simona Manuli, Gianmarco Arcadipane, Anna Patanè, Ornella Falsaperla e Brunella Manuli).

“Vado a letto alle due del mattino e mi risveglio alle due e cinquanta, pensando che siano trascorse già sei ore. Bethoven ti fa questo effetto, è un rapimento esistenziale”.

Che cosa interessa oggi al pubblico di Beethoven?

“Credo tutta la sua vita, vissuta come un’opera d’arte, che ho scoperto grazie a Dario Forturello, che mi ha invogliato a sfogliare le pagine del suo diario personale scritto centocinquant’anni fa. Mentre lo sfogliavo, la carta mi si spezzava tra le mani. Nessun drammaturgo, neppure il più fantasioso, avrebbe potuto creare con le sue mani un palcoscenico così variegato”.

Che rapporto aveva Beethoven col mondo?

“Un rapporto piuttosto scorbutico, direi. Nel suo testamento scritto venticinque anni prima della sua morte, scrive “O uomini che mi giudicate caparbio, astioso e misantropo, voi mi fate torto perché non conoscete la causa segreta di ciò che vi sembra rancore e odio verso di voi. Naturalmente, si riferiva alla sordità, che lo rendeva parecchio irascibile”.

Prima d’ora conosceva bene il compositore tedesco oppure ne aveva soltanto sentito parlare?

“Beethoven lo conoscevo, sì, ma scolasticamente. La sa una cosa? Nelle conferenze in giro per le scuole, ho scoperto una cosa tristissima: purtroppo c’è ancora gente che non sa chi sia Beethoven e questo la dice lunga sulla condizione artistica e culturale che abbiamo oggi in Italia”.

Nel vestire i panni del genio di Bonn non le è pesato il confronto?

“Il confronto terrorizza. E credo che faccia questo effetto a qualsiasi attore, per quanto bravo possa essere. Ma io gli sono molto grato. E credo che anche lui sia grato a me per avergli restituito qualche attimo di vitalità in un secolo che è disposto a dimenticare tutto”.

Elena Orlando (elyotl@tiscali.it), pubblicato su "La Sicilia" del 9/01/2009

giovedì 8 gennaio 2009

Genova accoglierà il Toro forte e superba

Via del Campo dove l’aria è spessa e carica di sale, quella dei tipi strani, delle mille razze, delle mille comari e della povertà […]” .
E’ solo un frammento di Genova nell’anima, nelle canzoni e tra le corde della chitarra di Fabrizio De André, che ne ha cantato l’incarnato pallido e quello più roseo, la profondità e la frivolezza, le contraddizioni della società del benessere e del boom economico anni ‘60, l’anarchia, l’etica, le donne e l’amore. E poi gli emarginati, i vinti, gli scrittori e gli chansonniers, la libertà e perfino la superbia.

E’ a Genova che il Torino giocherà sabato contro la squadra della città. Nella Genova dove si passeggia per gli intricati vicoli, lungo gli ombrosi caroggi, attraverso le piazze racchiuse tra le mura che all’improvviso esplodono verso la solenne cortina di antichi palazzi.

Genova ti accoglie con la voce rotta di chi ha un filo di emozione in gola. Come una bella ragazza negli occhi e nel cuore. Le sue stradine si snodano come i rivoli di un ruscello e conducono per mano verso le piazzette che sbocciano come fiori, incorniciate dai gioielli dell’architettura medievale e rinascimentale, che convivono con la modernità delle costruzioni più recenti.

L’aria di Genova è salata, ha il sapore del mare. Ti attraversa i polmoni e ti entra nella pelle. Proprio in via del Campo, magico scrigno dei dialetti, chiusa tra la medievale Porta dei Vacca e piazza Fossatello, si avverte il chiacchiericcio indistinto della gente che la popola. Mentre alle spalle si snoda la zona dei vicoli angusti e privi di luce come via Prè.

Lungo via del Campo, che nel 1660 fu sede del primo ghetto ebraico genovese, si distingue il Palazzo della famiglia Piccamiglio e al numero 3 l’edicola a colonnine di marmo con una Madonna del XIV secolo e il davanzale in ferro battuto del XVII secolo.

Genova è passato e presente insieme: portali, affreschi, timpani, edicole e fregi da un lato; locali, pub, ristoranti e gallerie d’arte pronte a corteggiare in modo schietto e diretto il popolo della notte che sceglie il centro storico, dall’altro.

Anche questa è Zena, scattante e disinvolta come un acrobata di lungo corso, parte del triangolo industriale, capitale europea della cultura nel 2004, col suo incantevole acquario che ha chiuso il 2008 con circa 1.215.000 visitatori.

Anche questo è il capoluogo ligure, oggi importante centro turistico, scientifico e universitario, col porto che è tornato competitivo rispetto a quello francese di Marsiglia-Fos per il primato del trasporto mercantile nel mediterraneo.

Imbiancata dalla neve oppure no, Genova accoglierà il Toro a testa alta, coraggiosa, forte e superba. Come quando, recita un’iscrizione medievale sull’antica Porta Soprana, “scaccia lontano col suo valore i dardi nemici”. Di oggi, di ieri, di sempre.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it), pubblicato su www.alessandrorosina.it

martedì 6 gennaio 2009

"E' triste sentirsi soli nella nostra casa, nel nostro mondo..."


Tutto comincia da una fotografia. L’ultimo desiderio espresso da un’anziana madre di ottant’anni su una delle pagine del suo diario prima di morire è fare una foto con tutti i parenti, che riunisca tutta la famiglia. Peccato però che quell’allegra e unita famiglia ormai non esista più. E forse in realtà non è mai esistita.

Dal 6 al 10 gennaio, al Teatro Tezzano è di scena “La fotografia”, l’ultimo lavoro teatrale di Totò Calì, da lui scritto e diretto, per il quale ha curato anche le musiche. Lo spettacolo si arricchisce di video e una colonna sonora suonata dal vivo.

E’ la storia di due sorelle, Alice (Giovanna Criscuolo) e Paola (Egle Doria). L’una fugge via da giovane, l’altra rinuncia a tutta la sua vita per restare accanto alla madre. Due percorsi opposti, che però approdano alla stessa meta: entrambe si ritrovano sole.

Pier Paolo Pasolini diceva che “bisogna essere molto forti per amare la solitudine”.
“La solitudine è qualcosa che ti porti dentro, come testimonia questa storia, indipendentemente dal fatto che ti trovi a vivere mille esperienze oppure rimani a casa. E’ qualcosa che si può vivere serenamente oppure, se ci si sente rifiutati da una certa società, in modo drammatico. Tutto dipende da come si è stati abituati a viverla”.

Lei che rapporto ha con la solitudine?
“La vivo con una certa rilassatezza, nel senso che è un momento in cui ti confronti con te stesso e ti chiedi molte cose. Ma lo spettacolo. Oltre alla solitudine, parla anche dell’amore e di come a volte, quando ce n’è troppo, possa diventare addirittura terrificante”.

Il mare è sempre presente nella storia, attraverso il meccanismo del flashback. Alice confida al mare le sue angosce e dal mare si attende delle risposte, magari attraverso la suggestiva forma del messaggio nella bottiglia…
“Il mare è il luogo in cui si lanciano e si raccolgono i messaggi. Non a caso, alla fine, Alice lancia le sue bottiglie in acqua, perché le illusioni non debbono mai morire”.

Viviamo invece in tempi tutt’altro che illusori, ma molto prosaici, di totale disincanto. Come scandisce Alice in scena, tempi in cui molti guardano il mondo, però pochi sono davvero capaci di osservarlo.
“Direi che viviamo in tempi in cui, come sottolinea marcatamente la maschera interpretata da Massimo Leggio, insieme al pupazzo del ventriloquo Franco Bellia, tutti sono buffoni e ciarlatani e, di conseguenza, chi lo è per mestiere, si sente paradossalmente rubare la scena”.

Con le sue vignette lei si diverte a fotografare il mondo politico in forma di satira, esasperando gli aspetti più paradossali della realtà. Per le sue opere teatrali invece da chi trae ispirazione?
“Non seguo nessun modello in particolare. Traggo sempre spunto da me stesso e da tutto ciò che mi circonda. E’ un momento di crisi. Economica, sì, ma soprattutto dei sentimenti. E’ questa la crisi che mi soffermo a raccontare nello spettacolo”.

E’ cambiato il modo di vivere i sentimenti?
“Assolutamente sì. Siamo cambiati noi. La società liquida in cui viviamo impone di vivere in modo diverso. I rapporti si creano e si sfaldano con estrema facilità. Tutto scorre via veloce e dietro di sé non lascia traccia. Siamo nell’era del mordi e fuggi”.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it), pubblicato su "La Sicilia" del 6/01/2009

domenica 4 gennaio 2009

Il gioco solitario di un destino assassino

Giocava col muro della terrazza di casa. A palla assassina, tutti i pomeriggi, dalle due alle sette. Cinque ore di gioco intenso e ininterrotto col muro, suo inseparabile compagno. Ci parlava, lo insultava, poi ci faceva la pace. E s’inventava perfino le sue risposte, manco fosse un compagno di giochi in carne e ossa. Tuta grigia e ai piedi due peluche di labrador per pantofole. Antonio aveva da poco compiuto otto anni. “La mamma, che fine ha fatto?”, chiese Manuela, appena arrivata da Milano, dove si era trasferita da un anno per frequentare un corso di specializzazione in marketing. L’aria pungeva sulla pelle come un ago. Le dita delle mani affusolate erano quasi viola. Le guance avevano assunto una tonalità rosa pallido. “Allora, Antonio, rispondi o no?”, ripetè per la seconda volta Manuela, con un filo di irritazione nella voce.

“Oh, ma che vuoi? Non vedi che sto giocando? Uffa, uffa”, rispose Antonio, con un lieve imbarazzo di solito estraneo a un bambino della sua età. “La mamma? Piange tuttii giorni”, rispose a un tratto, mentre scagliava contro il muro la piccola palla di gomma gialla con tutta la forza che possedeva nelle sue piccole e fragili braccia.

“Ma che fai? Parli da solo?”, disse Manuela, cercando di assecondarlo per farsi raccontare come mai la madre piangesse tutti i santi giorni. “Certo che ci parlo, lui è il mio migliore amico”. “Ma dai, non puoi mica parlargli come fosse una persona?”, fece notare Manuela mentre il vento le accarezzava i lunghi capelli neri che le scendevano sulle spalle. Aveva voglia di abbracciarlo e di mollargli un bacio sulla guancia sinistra. “Sì, sì, lo vuoi capire o no? Lui è il mio migliore amico”, continuava a ripetere Antonio, tra un salto e l’altro. Sembrava un grillo.

Manuela provò un grande senso di tenerezza, che le salì fin su alla bocca dello stomaco. Antonio viveva in quella casa accanto alla sua da quand’era nato. L’aveva cresciuto la nonna Rita , una signora di settant’anni, che tanto aveva sofferto nella vita. Era stata lasciata dal marito quando i tre figli erano piccoli. E aveva lavorato giorno e notte per poterli campare. Aveva visto morire una figlia di cancro al seno e oltre ai figli le era toccato allevare anche i nipoti. Tutti prima o poi finivano in quella casa, ricettacolo delle anime afflitte, di chi aveva subito almeno un grave torto, di chi per circostanze varie e azzardate si era ritrovato con le pezze nel sedere.

Come Enrica, la madre di Antonio, ultima nipote di nonna Rita, lasciata dal marito per un’altra e ora caduta in depressione. “E papà?”, azzardò Manuela. “Viene a prendermi un giorno sì e uno no. Mi porta col motorino a casa sua. Mi ha fatto conoscere anche l’altra tipa con cui sta ora”, prese a raccontare Antonio, tra un lancio e l’altro della palla contro il muro.

Nessun amico nelle vicinanze, nessun parco giochi col verde dove potersi allenare e sprigionare tutta la sua fantasia a contatto con la natura. Solo quella stretta e lunga terrazza di cemento grigio e mattonelle marroni. Uno spazio di appena trenta metri quadrati in cui muoversi. “La nonna non mi fa uscire. Si spaventa!”, disse con una smorfia.

“Ma senti un po’, e tua sorella Michela che fa di bello?”, chiese Manuela, con gli occhi incollati alla palla, che ne seguivano con fedeltà assoluta ogni singolo movimento di rimbalzo. “Boh, chi la vede? E’ partita per un posto lontano”. A questa risposta di Antonio, Manuela decise di bussare alla porta e salutare la nonna del bambino.

“Come va? Tutto bene?”, chiese con tono preoccupato, come se stesse avvicinandosi al fuoco. “Macché, tutto male, tesoro mio. Tu invece come stai lassù? Tutto bene? Qui non cambia niente. Anzi, tutto peggiora. Enrica è depressa, i soldi non bastano più, Antonio me lo cresco da sola”, disse la signora Rita, vestita di nero come a lutto. “E Michela?”, si affrettò a chiedere Manuela, che nel frattempo era entrata in cucina.

Un profumo di mandarini rinfrescava l’atmosfera di quella casa, dove si avvertiva un insopportabile senso di vuoto e di rassegnazione. Al centro del tavolo quadrato di legno di faggio marrone scuro c’era un piatto di ceramica decorato con frutta di stagione. Di fronte, sulla parete color crema un paio di crepe si erano allargate e l’intonaco si era staccato dal muro, lasciando intravedere una macchia di muffa che sembrava volersi estendere amacchia d’olio e invadere tutta la stanza.

“Lo vuoi sapere dov’è finita Michela, amore mio? In galera. L’hanno presa un mese fa. Spacciava marijuana. Si era fissata. Voleva soldi che io non potevo darle per andare a Roma, fare qualche provino per la televisione. Una pazza, una pazza senza un briciolo di razionalità. Irresponsabile fino al collo. Povera lei. E ora chi ci va a trovarla? Per me può marcire lì, dietro le sbarre. Io non ce la faccio più”. Le ultime parole della signora Rita, come filtrate da un amplificatore, risuonarono nella testa di Manuela che le prese subito la mano tra le sue e gliela strinse forte. “Le voglio bene, davvero”, le disse trattenendo il fiato. Le campane suonarono, erano le sei del pomeriggio. Di un freddo pomeriggio d'inverno. Un chiacchiericcio indistinto arrivava dalla strada. Ci si preparava alla passeggiata serale.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 3 gennaio 2009

Uto Ughi stona su Giovanni Allevi. E suona strano

I denigratori ci sono sempre. E prima o poi devi farci i conti. Gente schizzinosa, a cui non va mai bene niente, ipercritica su qualsiasi cosa e su chiunque, sempre pronta a trovare in ogni circostanza il pelo nell’uovo, a minare la personalità altrui, a scaricare sugli altri i propri complessi. Se hai qualche qualità, chi appartiene a questa categoria cerca di minimizzare, di far finta di niente. E, nei peggiori casi, appunto di denigrarti.

Non è il caso di Uto Ughi, probabilmente uno dei massimi violinisti italiani, con una solida carriera alle spalle e un’esperienza musicale di tutto rispetto. Però viene da chiedersi: non sarà un attacco oltre misura quello che Ughi ha riservato a Giovanni Allevi - che dischi ne vende parecchi, sta sempre in classifica e a ogni concerto registra il tutto esaurito - quando dice che il suo concerto natalizio promosso dal Senato non lo ha soddisfatto e che Allevi è “un nano non solo in confronto a Horowitz e a Rubinstein, ma anche rispetto a Mina e Modugno?

L’anno scorso mi capitò di intervistare Giovanni Allevi per il quotidiano “La Sicilia”. Era venuto a Catania per incontrare gli allievi del conservatorio musicale “Vincenzo Bellini”. Ricordo che mi colpì subito la sua straordinaria e generosa voglia di comunicare. E di farlo “alla pari”, senza (s)manie di grandezza né narcisismi insopportabili. Non faceva altro che ripetere: “Dovete tirare fuori ciò che avete dentro attraverso la musica e non aver paura di quello che vi dicono gli altri”. E lo faceva con una semplicità vera e autentica, come se fosse uno di loro.

Ho sempre considerato il coraggio una delle doti più grandi di chi si affaccia al pubblico. E Giovanni Allevi coi suoi riccioli scomposti di coraggio ne ha da vendere. Perché ha saputo reinterpretare la musica classica in chiave contemporanea, facendole parlare il linguaggio dei nostri tempi. Ed è andato avanti anche quando qualche insegnante (l’ennesima testa di rapa miope e imbalsamata come le mummie dell'antico Egitto) al conservatorio di Milano lo ha scoraggiato in tutti i modi. Anche quando i classicisti duri e puri lo hanno snobbato. Come si usa fare in Italia di fronte a chi mostra di avere qualità e carattere, nonché l’intelligenza per poter turbare certi equilibri subdoli e precari.

E' possibile che si ragioni sempre per categorie, per compartimenti-stagni, per il mantenimento dello status quo, per nascondere la polvere sotto il tappeto, e si fugge a gambe levate da ogni forma di reale sperimentazione perché si ha paura di rischiare e di mettersi in gioco e si storce il naso alle gradevoli contaminazioni e innovazioni che ci vengono proposte? Del resto, stessa sorte era toccata a Luciano Pavarotti e al suo "Pavarotti & friends", un raffinato e audace mix di musica classica e pop che riscontrava un buon successo di pubblico. E ad Andrea Bocelli, buono per cantare pop ma non un certo tipo di lirica. E poi ci lamentiamo se a popolare i teatri d'opera sono soltanto gli over settanta...

Allevi è un grande e lo dimostra ogni volta che compone e si esibisce al pianoforte. E suona strano che un altro grande come Ughi cavalchi la tigre malata della denigrazione pubblica e gratuita. Suona talmente strano da far avvertire nella melodia una brutta stonatura.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)