venerdì 8 luglio 2011

Il nostos rivelatore

Adorava le sirene. Era partito per cercarle. Il loro canto lo ammaliava terribilmente. Non sapeva né quando sarebbe tornato né esattamente dove sarebbe andato. Il mare lo attraversava. Con sé aveva solo una camicia e un paio di pantaloni bianchi di lino. Le sue spalle forti gli davano coraggio. Ma in realtà si sentiva fragile come  cristallo. La sua emotività sommersa ora era pronta a venire a galla e a frantumarsi in mille pezzi. Piccolissimi, invisibili come schegge impazzite. Le sirene erano lì da qualche parte ad aspettarlo. E avrebbero raccolto quei pezzi con pazienza, cura, comprensione. Loro sì, con le loro mani soffici e affusolate avrebbero purificato la sua anima. Si sarebbero prese cura di lui. Le onde del mare erano lente e affidabili. Appena salito su quella barca a vela, si era reso conto che di quel mare poteva fidarsi. Era il suo mare. E tante volte gli aveva risposto. Solo in mare si sentiva davvero sicuro. Jack London gli aveva lasciato la voglia di andar per mare. E ora che finalmente poteva, aveva deciso di non pensarci più neppure due volte. Non desiderava nient’altro che stare con se stesso. Guardare in faccia quel mare blu pallido la mattina e nero come il buio di notte. Lasciarsi accarezzare dalla brezza, fare l’amore con tutte le donne che non aveva ancora incontrato e che per qualche buona ragione lo avrebbero colpito molto. Viaggiare lento, senza l’assillo dei minuti che passano, delle lancette che si rincorrono. Un viaggio senza tempo. Senza calendario. Senza appuntamenti da rispettare, incontri da presiedere, richieste da soddisfare. Un viaggio che l’avrebbe riportato a casa. Tra le braccia di Scilla e Cariddi. Adesso sentiva solo l’odore del mare. Il suo dopobarba al sapore di sandalo e gelsomino era evaporato del tutto. Solo l’odore del mare. Quel nostos sarebbe stato sofferto ma alla fine catartico. Quando l’aveva lasciata a malincuore, ma con molta convinzione, quella terra di lacrime e di sangue sparso per le strade, senza sogni e senza futuro, sperava di arrivare da qualche parte, diventare qualcuno e che il suo nome si leggesse a chiare lettere su qualche giornale. Così era stato. E nel giro di dieci anni il suo nome stampato su quel giornale c’era tutte le mattine, in prima pagina. Non importa quale fosse il senso profondo del suo scrivere. Non importa quanto intricato fosse il labirinto di quei pensieri più veloci del vento sparsi in modo temerario e spettacolare su quei fogli . I suoi occhi chiari trasmettevano determinazione e un crudo realismo. Tatticismo e rigore. Qualche volo pindarico ma soprattutto molta disciplina.  E un sentimentalismo ben celato al solo scopo di proteggersi. E di difendere a spada tratta lo spazio che furbescamente e con immensa fatica la sua sfrenata ambizione e vanagloria l’avevano spinto a conquistarsi. Adesso, su quella barca a vela, era finalmente da solo con se stesso. Con la mente alleggerita dai pensieri più molesti e addosso solo il peso del suo costume da bagno rosso porpora. I suoi occhi brillavano di luce.  capelli castani si agitavano al vento. In fondo ritornare laddove era nato era come ritornare nell’alveo materno e riappropriarsi di una parte di sé nascosta ma presente, di quell’odore acre di leccio che s’insinuava nella gola, del sole giallo che d’estate bruciava l’asfalto, di quella luce splendida e seducente che ammaliava chiunque approdasse anche solo per un giorno in quel posto. Ma rivedere quelle facce lasciate lì, addomesticate da un’assordante rassegnazione, gli avrebbe fatto ancora più male. Eppure ne aveva disperatamente bisogno, di rituffarsi per un attimo in quelle acque gelide. Così chiare da potercisi specchiare. Ma proprio quando il suo interminabile viaggio stava per volgere al termine, vinse le sue paure e provò a specchiarsi in quelle acque. Di rimbalzo colse un’ immagine di sé disperata e avvizzita. Ma neppure se ne accorse. Il suo Ego rifletteva un’immagine splendida e lieta. O almeno così si ostinava disperatamente a voler credere. Così gli facevano credere. Così fingeva di credeva disperatamente. Quando arrivò, percepì subito un senso di familiarità rituale,costruita, fasulla. Gli affetti sinceri erano pochi. Il resto, un esercizio opportunistico e lusinghiero. Splendido in giacca blu cobalto e camicia celeste pallido leggermente sbottonata sul collo. Lo sguardo deciso, qualche sorriso di circostanza, l’abbraccio sincero degli amici di sempre. In tutto quattro. Il resto, scenografia pura. La sua mancanza l’avevano sentita in pochi, ma ancora in meno l’avrebbero avvertita nel posto da cui era partito e che aveva momentaneamente lasciato, dove la competizione asfissiante inaridiva e consumava, inquinando la mente fino allo sfinimento e alla graduale e inesorabile perdita di sé. Dove l’avrebbe portato itutto quel desiderio di gloria? Laddove non avrebbe più sentito la voce delle sirene. Laddove nessuno un giorno avrebbe potuto raggiungerlo. Neppure la sua parte migliore.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)


lunedì 4 luglio 2011

A lezione di cooperative learning. Due giorni da incubo

Sfiniti da un anno scolastico ingrato, trascorso a saltare ostacoli tra un’ora e l’altra al ritmo assordante di quella stridula campanella, attraversando la nebbia fitta di corridoi sporchi e stretti che sanno di muffa. Il 27 giugno l’incubo non era ancora finito. Mancava il colpo di grazia, per stendere definitivamente il “corpo docente” per terra. Senza colpo ferire. Ma attraverso un’apparente e ingannevole non violenza tutta demagogica. Un tizio dal tono di voce corrosivo e dai modi blandi entra per due giorni nella vita di 80 persone. Ottanta professori di una scuola di provincia. Ottanta eroi contemporanei. Belle teste ( certo, con le dovute distinzioni) ma senza troppa voce in capitolo. Ma a farli capitolare ci avrebbe pensato di lì a poco quell’uomo anziano con quegli occhiali alla Orazio Kane . Non era ancora arrivato ma doveva ancora sprigionare tutto il suo sadismo. La carta da giocare per camuffare per bene l’operazione era una roba seria, serissima, d’insegnamento d’avanguardia: il cooperative learning. Tradotto in altri termini: una serie di giochi spacca cervello da eseguire in una stanza di passaggio di quella scuola ormai svuotata dai ragazzi, già in vacanza e per le strade a tirarsi i gavettoni. Muti e zitti. “Patite in silenzio, semmai non aveste patito già abbastanza scherni e sberleffi dal ministero e dai vostri allievi”, sembrava pensare tra sé quell’uomo di chiesa, perciò timorato di Dio.

Ma in certe circostanze la pietà umana non serve. Meglio la rassegnazione. Perché espiare le proprie colpe richiede sacrificio. E quelle ottanta persone in veste di docenti seri e professionalmente ineccepibili dovevano espiare una per una le loro colpe. Ingresso sobrio, puntualità massima. Maniche di camicia corte, nessun sorriso neppure accennato. “Meglio mantenere le distanze dalle mie vittime”. Da vero carnefice, non una parola di troppo. Solo un secco richiamo al silenzio e profonda indifferenza per quel vapore che proveniva da una temperatura che alle 9 di mattina aveva già raggiunto i 35 gradi e passa. L’apprendimento cooperativo doveva ancora iniziare. E sarebbe continuato l’indomani. Due intere giornate con solo una sottilissima pausa pranzo di mezzo. Pretendeva rigore e disciplina, quell’uomo. Law and Order. E’ chiedere troppo a una categoria stropicciata , malmenata, offesa e depredata dai propri onori, per asciare solo oneri.
Ottanta persone d tutte le età: dai 29 ai 60. Ma chissenefrega, i docenti sono docenti e basta. Mica c’è il precario più motivato e il collega ormai stanco e usurato, prossimo alla pensione, che conta i gorni che gli restano e manda avanti a stento la baracca. L'insegnante semmai è un cialtrne demotvato (chissà poi perché...) che si gira i pollici nell'ansia di arrivare cols uo misero stipendio alla fine del mese. Ma questa è fantascienza, mica cronaca, nudo realismo verghiano, analisi obiettiva dei fatti!
Mica si capisce che i ragazzi, o meglio i ragazzi di quella scuola, se li metti a giocare, se la ridono di brutto coinvolgendoti magari nelle migliori scene di “Maial College”? E chissenefrega. Patite fino in fondo. Prima di qualche giorno di maritate vacanze.

Alle 9 e dieci inizia il gioco. Ci si sposta per file. No si capisce più niente. Ma è solo l’inizio. Facce smarrite dalla rottura incomprensibile di legami consolidati. “Prima regola: dovete sempre lavorare con partner diversi”. Era mezzogiorno e la temperatura segnava 40 sopra lo zero. Lì dentro vagava un' insopportabile penombra. Fuori un cielo limpido una luce intensa. Ma incurante di tutto ciò, l’uomo continuava ad ammaestrare, indottrinare, promulgare e diffondere i suoi insegnamenti. “Chi non è interessato la smetta di chiacchierare e se ne vada. Avevo detto alla preside di fare iscrivere al corso solo gente davvero motivata”.
L’uomo imperterrito continuava. La strada era lunga. I giochi, tanti. C’era quello di riconoscere le figure. L’uomo distribuisce i biglietti. “Quanti quadrati riuscite a individuare nella figura? Segnate il numero sul foglietto, e anche il tempo”. Scorrevano i minuti, come macigni sugli animi avviliti e le menti appannate di quei poveri docenti. Uno sguardo d’intesa è troppo, una parola d’incoraggiamento un’eresia. “Silenzio, lavorate!”. L’imperativo s’insinua potente e minaccioso. Poco prima della pausa pranzo arriva l secondo biglietto. “Quanti triangoli individuate? Lei quanti ne vede? E lei? Su’ forza!”, incitava l’uomo incurante del trauma emotivo e cognitivo che stava provocando in quegli ottanta cervelli. Peggio che ficcarli dentro un frullatore. Ma l’uomo, imperterrito, aveva già predisposto il piano b: quello della siesta. E dopo il caffè, si gioca con le carte. Piccole, di cartoncino rigido. Di tutti i colori. I docenti, disposti in gruppi di quattro, devono rimettere in moto la logica e costruire frasi che abbiano un senso. Ma si devono aiutare. In silenzio, senza pronunciare neppure una parola. E a chi sembra di trovarsi nel Castello di Kafka, si allontani. Non è un docente eticamente corretto. La sua etica sta sotto i piedi.

Si tenta, e poi si ritenta. Cooperazione, please. Niente chiacchiera. Il monito tuona come i fulmini scagliati da Giove. E poi gli abbinamenti degli otto personaggi seduti intorno a un tavolo. Chi è grande, il signor Rossi o il signor Marcelli? Chi è milionario, l’imprenditore o l’economista? Ah, forse il signor Stella. Eh no, il signor Stella non può essere il cantante perché siede di fronte al giovane e ha alla sua destra l’imprenditore e il signor Intelligente. I docenti, grondanti di sudore e senza il filo di Arianna, si attorcigliavano nel labirinto di quell’inestricabile rebus, passandosi di continuo foglietti coi disegni di quel maledetto tavolo rotondo attorno a cui erano seduti quegli altrettanto maledetti personaggi senza storia, senza volto, senz’ anima. Ok, la lezione frontale non interessa più a nessuno. Ci vogliono interdipendenza positiva e leadership condivisa. Parlare per mezz’ora di seguito di Boccaccio è più masochista che cooperare a 40 gradi di temperatura e con la fatica di un intero anno d’insegnamento sulle spalle. Non scherziamo!

Parola di Elizabeth Cohen. E se l’ha scritto lei, ci possiamo fidare. L’abilità sociale non s’improvvisa. Si mastica dopo la pratica. “Siete una massa di Egocentrati! Dovete imparare ad essere Eterocentrati”, vomita l’uomo alterato dalla malriuscita del gioco sul turno di parola. Cedere un cartoncino colorato, lanciandolo in mezzo al tavolo, ogni volta che si apriva bocca aveva scatenato quasi una rissa. Altro che talk show televisivi, dibattiti politici, tv trash. I docenti sempre più stremati muovevano a stento gli occhi semichiusi con le pupille dilatate, la bocca era semiaperta, alla ricerca di qualche boccata d'ossigeno in mezzo a un'aria irrespirabile.  Peggio ancora era andata con gli indizi. Ciascun docente doveva ricordare a memoria gli indizi scritti sulle proprie carte e poi cooperare per risalire tutti insieme all’assassino, mentre nei Palazzi del potere Tremonti architettava una manovra economica con l’ennesima stretta sui dipendenti pubblici e la riconferma di oltre 40.000 tagli del personale scolastico. E vabbè, poco importa. L’importante è cooperare. Anzi, apprendere, cooperando. Fino alla fine. Alle ultime battute, agli aneddoti personali. Quando i docenti, ormai fuori gioco, si sventolavano coi ventagli e lo guardavano con estrema malevolenza e rassegnata dannazione. Finita la maratona l’uomo, da vero carnefice, incurante dei cadaveri sparsi, usci in fretta senza voltarsi indietro. Ormai pensava già al lauto compenso per il suo massacro e alle prossime vittime.
Agli ottanta docenti di quella scuola di provincia non restò che raccogliere i pezzi di sé frantumati tra i banchi sudati e sporchi di quella due giorni da incubo e trascinarsi verso casa. La motivazione era cresciuta. Sì, quella di cambiare al più presto lavoro, senz’altro.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 2 luglio 2011

Alberto di Monaco e Charlene Wittstock: "Oui", c'eravamo tanto amati...

Una stretta di mano. L’unico segno tangibile di un amore profondo espresso poco e niente. Per il resto, nessun bacio appassionato, nessun complimento hard sussurrato all'orecchio, nessuno sguardo particolarmente malizioso o rivelatore di una particolare intesa. Solo sguardi furtivi e mezzi sorrisi dello sposo, e occhi ben piantati per  terra dall'inizio alla fine della cerimonia da parte della sposa. Morigerati, alteri, straordinariamente composti. O già stanchi, appassiti, dimessi e arrendevoli a un destino noioso e poco esaltante. Chissà. Il principe Alberto di Monaco e la sua Charlene, avvolta in una nuvola bianca firmata da Giorgio Armani, col volto incasellato in un velo semplice e discreto, alla fine ce l' hanno fatta a pronunciare quel fatidico sì . La cerimonia religiosa nella Corte d’Onore del palazzo Grimaldi trasformata per l’occasione in una cattedrale en plain air, non ha concesso niente o quasi ai fuori onda. Tutto si è svolto rigorosamente secondo protocollo.
I Grimaldi sono arrivati alle 16.30: tra di loro Charlotte Casiraghi, nipote di Alberto, vestita di rosa e con una discreta veletta, insieme al fidanzato. Presenti anche i fratelli, Pierre e Andrea, seguiti dalla principessa Stephanie, che avanzava visibilmente commossa al braccio del suo primogenito, Louis Ducruet.

Tra i primi ad arrivare, i due stilisti coinvolti: Karl Lagerfeld - autore, insieme alla sposa, dell’abito celeste polvere con cui Charlene si era sposata civilmente - e Giorgio Armani. Presenti anche le famiglie reali europee, la principessa Madeleine di Svezia, accompagnata da suo fratello il principe Carl Philip, e la sorella maggiore, la principessa futura regina di Svezia, Victoria, che si e’ sposata l’anno scorso. Direttamente dall’Italia, il vice premier Angelino Alfano, fresco d’investitura diretta come fedelissimo segretario del Pdl, ovvero di Silvio Berlusconi.
Molte le personalità del principato: l’ex musa di Chanel, Ines La Fressange, amica della principessa Carolina, accompagnata dalle figlie Violette e Nine; Clotilde Courau, in rosa corallo, accompagnata dal marito il principe Emanuele Filiberto di Savoia; Roger Moore molto applaudito; l’uomo d’affari, Bernard Arnoult e Bernardette Chirac, con un elegante cappello blu Navy. La top-model Naomi Campbel, in un lungo abito verde smeraldo.

Applauditissimo il presidente francese Nicolas Sarkozy provvisoriamente sprovvisto di moglie (la futura mamma Carla Bruni, in vacanza nella villa di famiglia in costa Azzurra, non poteva affaticarsi troppo).
A scandire i passi lenti della sposa ci hanno pensato le vellutate note di Bach. Charlotte, impeccabile, legge emozionata la Prima Lettura, in un abito corto rosa confetto.
L’”Ave Maria” di Schubert cantata da Andrea Bocelli ci stava come il pane. La decappottabile ibrida, un Lexus LS 600h Landaulet, concepita espressamente per l’occasione e rigorosamente eco-friendly un po’ meno.
Il ricevimento al casinò di Montecarlo, l’opera Garnier, ha riservato una cena preparata dal celebre chef francese Alain Ducasse: una commistione di “sapori di mare e montagna”, ha raccontato lui, specificando che non ci sarà carne nel menù, bensì pesce proveniente dalle acque antistanti il principato, e verdure dell’orto del principe nella tenuta di Rocagel.

A conclusione dei festaggiamenti da favola, uno spettacolo pirotecnico. Le emozioni invece non esplodono affatto. Il problema è uno solo: i due sposi sembrano usciti da una cella frigorifera. Inevitabile il confronto con Grace (che aveva senz'altro un fascino maggiore) per la sposa, ma soprattutto col recente matrimonio di William e Kate, che ora appaiono quasi “spinti”. Già nel giorno del rito civile c’era stato un bacio mesto, a stampo, talmente triste che gli internauti hanno preferito rimuoverlo.
Compostezza regale o fuoco di passione già diventato cenere? La prima notte di nozze, lontano da occhi indiscreti, andrà sicuramente meglio. Si spera disperatamente per gli sposi… Intanto vissero felici e contenti. Perché così ci piace immaginare. Costi quel che costi.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

giovedì 30 giugno 2011

Presentata la nuova stagione televisiva del Biscione. E Santoro perde la sua grande occasione

Ha perso una grande occasione Michele Santoro. Forse la più grande della sua vita professionale. In fuga dalla Rai, in rotta con La 7, avrebbe potuto approdare tranquillamente a Mediaset. Tra Checco Zalone e Giorgio Panariello, a coronamento di un sogno: ufficializzare il senso del suo profondo e viscerale antiberlusconismo a favore di Berlusconi. Perché se ciò che conta è il risultato, più che alimentare il dissenso, Santoro con le incandescenti puntate di Annozero nutriva spudoratamente i fedeli seguaci del Cavaliere bastonato. Silvio martire, demonizzato e perciò vittima sacrificale da redimere. Con tanto di umana compassione e solidarietà. Quindi Santoro a Mediaset ci stava come il cornetto a colazione. Ma siccome è più testardo di un mulo, non si farà. E allora vagherà ancora per i campi Elisi prima di approdare in qualche studio televisivo e riprendere le sue accorate filippiche insieme a Travaglio.

Pazienza. Nella nuova stagione del Biscione vedremo i soliti noti. Maria De Filippi si riconferma la regina della rete ammiraglia Mediaset con ben tre programmi: Amici, Uomini e donne, C’è posta per te. Alessia Marcuzzi, Federica Panicucci, Rita Dalla Chiesa, Alessio Vinci, Luca e Paolo, Teo Mammuccari, Ezio Greggio e Silvia Toffanin tutti riconfermati al timone dei loro programmi. Gerry Scotti avrà di nuovo Io canto e qualcosa di nuovo: Million Dollar Money Drop. Anche Chiambretti si allarga e la D’Urso verrà riconfermata a Pomeriggio Cinque e in più le verrà affidato un format sudamericano, Baila, la copia sfacciata di Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Ci sarà Paolo Bonolis, al quale Mediaset non ha mai voluto rinunciare, con un preserale. E ci sarà Belen Rodriguez alla conduzione di Colorado Cafè.


Numerose anche le fiction in palinsesto su Canale 5: da Sangue caldo con Manuela Arcuri e Francesco Testi, a Faccia d'angelo con Gabiel Garko e Cosima Coppola, da I cerchi nell'acqua con Alessio Boni e Vanessa Incontrada, a Il commissario Zagaria con Lino Banfi. Tra le conferme, la nuova serie di Anna e i cinque sempre con Sabrina Ferilli e Distretto di polizia 11.
Resiste alle tempeste giudiziarie Emilio Fede, campione del premio fedeltà, ancora e sempre al timone del suo personalissimo Tg4. Un’informazione a portata di Silvio. Italia Uno si conferma la rete dedicata a un pubblico giovane (che da lunedì prossimo potrà anche sintonizzarsi su Italia 2, nuovo canale free del digitale terrestre di Mediaset).
Nonostante la crisi, Mediaset si difende bene dalla concorrenza con la Rai e La 7 di Murdoch. "Nel 2011 investiremo 1,5 miliardi di euro in un prodotto solo italiano", ha sottolineato Pier Silvio Berlusconi. Ma il vicepresidente Mediaset si è detto preoccupato che il clima di ostilità nei confronti del padre possa avere ripercussioni negative sull’azienda. "I nostri ascolti sono sempre stati altissimi e anche in questi ultimi quattro anni nonostante la concorrenza sia diventata enorme, il nostro ascolto medio è cresciuto del 3,2 per cento", ha aggiunto il figlio del premier. Quindi ancora talent show, format ben consolidati all’estero, fiction e tanto intrattenimento. Per riflettere c’è tempo…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

venerdì 24 giugno 2011

E il Pd scivola sulle gambe al vento

E qui casca l’asino. Il Pd fa un clamoroso autogol. E scivola sul manifesto della festa dell’Unità a Caracalla, che ha già fatto il giro dei giornali. Proprio al numero 77, le gambe delle donne. Sì, perché quel paio di gambe, scoperte da una vaporosa gonna fucsia sollevata dal vento che cambia ha fatto discutere. E quella mano che scivola a cercare di coprirle. Citazione cinematograficamente efficace di “Quando la moglie è in vacanza”, dove quella donna era l’ineguagliabile Marilyn. Strategia pubblicitaria per catturare gli sguardi ai semafori. In perfetta linea col resto dei cartelloni di spot vari.

Ma dall’ organizzatrice della festa democrats Micaela Campana arriva una pronta giustificazione: "Certo può creare perplessità ma è stata scelta quell'immagine perché ricorda la Monroe in un famoso film. Ma visto che ha creato così tanta eco abbiamo deciso di organizzare un dibattito sul tema alla Festa dell'Unità". Non drammatizza neppure l'assessore provinciale Patrizia Prestipino, che dice di non trovarlo offensivo ma frizzante.
Getta acqua sul fuoco anche Sara Battisti, segretario dei giovani democratici del Lazio: "Siamo impegnate contro la mercificazione del corpo delle donne tanto in voga nell'epoca berlusconiana, ma in quel manifesto si ravvisa più la poesia frivola che non la volgarità".
Il manifesto però non trova approvazione da parte delle donne della conferenza regionale e romana del Pd che si "dissociano". Niente di riprovevole, né di equiparabile alla volgarità delle ragazze dell’Olgettina. L’accostamento è del tutto fuori luogo, fanno sapere dalla segreteria capitolina del partito.


Chi è troppo cavilloso, ironia della sorte, prima o poi cade nella trappola. I giornali ne parlano tutti, l’Unità tace. Meglio non dire, visto che si è sempre detto tutto il male possibile sulle ragazze seminude di Mediaset. Certo Pier Paolo Pasolini, da sempre contro l’uso della donna oggetto dentro e fuori dal piccolo schermo, non avrebbe apprezzato più di tanto. E nemmeno i post comunisti più moralisti. Ma Pasolini è ormai il simbolo della vecchia sinistra. In realtà  il vero vento del cambiamento ha investito in pieno i post comunisti, che si stanno già preparando a passare dall’antiberlusconismo convinto al post berlusconismo accondiscendente. Ripartendo proprio dalle veline succinte e sgambettanti di Striscia, fino a ieri icone di frivolezza e profondamente offensive nei confronti della dignità femminile, ma a cui probabilmente qualcuno del partito ha pensato di ispirarsi, neppure troppo timidamente. Ci vuole rispetto per il corpo delle donne, che non va in alcun modo usato né tantomeno mercificato, hanno da sempre strombazzato a gran voce i dalemiani, demonizzando in tutte le salse il modello femminile diffuso da Berlusconi nelle sue tv. Eh già, caro Pd, questa però è l’eccezione che non conferma la regola, ma semmai riflette l' inghippo.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

domenica 19 giugno 2011

A Pontida Bossi e la Lega: D’Artagnan e i moschettieri di re Silvio

Il re è ancora lui, Silvio. E alla fine… Umberto Bossi è il solito D’Artagnan, sul palco di Pontida insieme agli altri moschettieri Calderoli e il popolarissimo Maroni. In 80.000 sul prato bergamasco a sventolare bandiere. Le camicie verdi hanno sete di rivalsa, ma anche di retorica demagogica. L’importante è dire a gran voce quelle tre o quattro cose concordate sottobanco col premier, giusto per far bella figura con la propria gente, placarne le ire e i malcontenti. Dunque voce grossa, aria minacciosa, come da copione e da tradizione del Carroccio. Non è mancato qualche insulto, le solite e attese parolacce che hanno fatto il giro del web e delle cronache politiche di tutti i giornali (“quegli stronzi dei giornalisti schiavi di Roma scrivono solo falsità”, e qui interviene Enzo Iacopino, presidente del consiglio dell’Ordine).

Si batte sui ministeri al Nord, in particolare Economia, Lavoro, Riforme e Semplificazione legislativa. “Silvio era deciso, ma poi si è spaventato”, ha ricordato il Senatùr. Roba da far accapponare la pelle alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che chiama in causa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e, naturalmente Gianni Alemanno (“Non si può sacrificare una capitale”). Macché capitale. In Padania tira un vento secessionista, ormai dalla notte dei tempi. E ora si pretende assolutamente il federalismo fiscale e un nuovo patto di stabilità per i comuni virtuosi. La gente del Nord, il ventre molle del Carroccio, festeggia, esulta, si commuove, ride, fischia e canta. In poche parole ci crede e ci ricasca. Gratitudine al premier (“Senza i suoi voti non ce l’avremmo fatta”) ma nessuna assicurazione su una nuova alleanza dopo il 2013. E messa in discussione anche della leadership del Cavaliere. Insomma, uno spiraglio a nuove alleanze, ma solo a fine legislatura. Per il momento, l’opposizione dovrà accontentarsi solo di qualche scaramuccia. Nessuna rottura e la solita vaghezza. Il popolo del Nord, il ventre molle del Carroccio, esulta, si commuove, ci credeDel doman non c’è certezza, trallallero trallallà.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

venerdì 17 giugno 2011

La Lega sbraita. L'alleanza con Mr B. resta. E Pontida diventa il remake di 'Molto rumore per nulla'

L'entusiasmo per la vittoria ai referendum rischia di trascinare qualche cronista politico nel vortice di uno sfrenato ottimismo sulla crisi irriversibile del governo e sul rischio di possibili elezioni anticipate. Niente di più sbagliato. I tempi non sono ancora maturi. (la frenata di Di Pietro non è un caso). E non sono maturi non solo per l'opposizione, che ancora non è pronta ad afferrare a mani salde il timone, ma anche nella maggioranza. Infatti l'ipotesi di un'implosione appare remota soprattutto nel Pdl, seppur dissestato.
Non è tempo quindi di facili ottimismi. Perché i riflettori puntati sul raduno di Pontida di domenica potrebbero rivelarsi l'ennesima illusione perduta. E chi si aspetta che il raduno dei leghisti celebrerà una rottura con Silvio Berlusconi, rimarrà deluso e dovrà accontentarsi dll'ennesimo esercizio demagogico dall lega Nord per riconquistare qualche voto e la fiducia dei propri elettori, traditi da promesse non mantenute. Bossi, salendo sul palco gasato al punto giusto, non romperà l'alleanza di ferro con Silvio Berlusconi, alleato numero 1. Ipotesi da escludere. Così come si sciolgono come cera le insinuazioni di un possibile travaso nel Pd.  Berlusconi e Bossi sono legati infatti a doppio filo:  se cade l'uno, cade anche l'altro, con tanto di ministeri e sottosegretariati. E viceversa, se resiste l'uno, resiste anche l'altro, a questo punto fino al 2013. 

Sì, è vero, l'ingranaggio dell'alleanza tra i due ha scricchiolato più di una volta. Ultimamente perfino un po' troppo. Soprattutto sulla questione Libia e immigrati. La linea dura dei leghisti non era passata, creando smorfie e malcontenti, nonché sonori vaffa... al capo. E i leghisti on ci avevano pensato troppo a bloccare il decreto sui rifiuti campani. Ma puntualmente è arrivata la mossa strategica del premier, più abile di Pericle, che ha allora cercato di ammorbidire subito i toni lubrificando l'ingranaggio e, in conferenza stampa con un Maroni un filo distaccato ha preso le distanze dall'intervento contro Gheddafi varando la stretta sull'immigrazione.

Ecco. Primo passo sulla via di una possibile riconciliazione. Poi il chiarimento su un'interpretazione errata del pollice verso del senatùr, rivolto ai giornalisti e non al governo. Ma quando tutto sembrava risolto, l'affondo minaccioso di Maroni: "Rimando a Pontida, dove Berlusconi ci ascolterà attentamente", in risposta a chi gli aveva chiesto se il governo terrà. Sarà vero che sul palco del 'sacro prato', tra la schiettezza inequivocabile del concreto popolo della Padania abituato a poche perifrasi e scarsi giri di parole la Lega saprà davvero essere credibile e riconquistare la sua gente ormai disillusa e amareggiata? Bella scommessa. Questo sarà il principale obiettivo di Bossi & Co, al di là di chi salirà sul palco. E se questo costerà qualche altra sceneggiata in salsa verde contro l'alleato di ferro, magari condita pure con qualche frase pesante, paroline e parolacce a effetto, finte minacce, pressing sulla riforma fiscale e i ministeri al Nord con voce incazzata e gestacci, ci sta. Come al solito, in perfetto stile leghista. Anche se non saremo nella Napoli melodrammatica di Mario Merola, ma nel cuore della nebbiosa Padania.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)