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domenica 27 novembre 2011

Elsa Monti: una first lady senza bollicine

La parola d’ordine è sobrietà. L ‘ eleganza sta tutta nella semplicità. Statura morale elevatissima. Segni particolari: riservatezza e minimalismo. Niente eccessi per la nuova first lady, la signora Elsa, moglie di Mario Monti, il neo Salvatore della Patria. Ma per lei nessuna dote taumaturgica. A fare i miracoli, veri o presunti, ci pensa il fedele consorte. La signora per adesso si contiene nel modesto (poi neanche tanto) ruolo di spalla. Quasi sempre pantaloni neri, scarpe comode, tacco al massimo di 5 centimetri, non di più. Come dire: acqua liscia senza bollicine. Nessuna smania da diva e vocazione umanitaria, visto che la signora è presidente della sezione femminile della Croce Rossa milanese. Ecco. Nazionalità: milanese, appunto. E non è un dettaglio da poco. La signora è stata educata alla logica del fare, al lavoro inteso in senso calvinista, alla serietà e al rigore. Sarà dura per lei abituarsi alla caciara romana. Serietà e rigor, appunto. Gli stessi principi cardine sfoderati dal cilindro del marito nel suo primo discorso alla Camera. Pure lui serio. Anzi, di più, serissimo.
Non dev’essere stato facile raccogliere l’eredità di Veronica Lario, ma soprattutto delle tante, tantissime aspiranti fidanzate-first lady che l’hanno preceduta, che ronzavano quasi moleste attorno a Silvio Berlusconi con tacchi vertiginosi e abiti succinti. Ma chissenefrega, Elsa Monti ignora il gossip, parola che non rientra nel suo forbito vocabolario. E al momento pure il bunga bunga. A lei al massimo si addice un composto brunch, senza sbavature e con la massima puntualità.


Al posto del cappotto, un più comodo e metropolitano piumino d’oca. E nessuna posa, ma semplici gesti  d’affetto composto (che più composto non si può) all’uscita da Palazzo Chigi. Direzione: chiesa.
La signora Monti, se c’è da darsi da fare, serve perfino il caffè. A incontrarla per le strade del centro di Roma, si fa ancora fatica a considerarla la moglie del nuovo Presidente del Consiglio. Pochissimi gioielli (un paio di discreti orecchini di perle e nulla più), pochissimi fronzoli. A vederla sembrerebbe una signora comune, magari una maestra in pensione che aspetta di andare a trovare i nipotini per portare loro i tanto attesi regali di Natale. Viso rugoso, poco trucco, nessuna traccia di botox. Messimpiega politically correct e sguardo severo. Perfino la signora Lella Bertinotti a confronto sembrerebbe appena uscita da uno show room. La signora Monti non accenna mai un sorriso. Proba e integra. Saggia e integerrima. In una parola: la Virtù fatta persona. Un esempio ineccepibile di compostezza. Sulla via della Santità. Un’unica pecca: scarsissima capacità comunicativa e un alone di riluttanza nei confronti dei media che la fa già apparire come antipatica. In realtà la signora è seria e timida. Ma il risultato è quello che conta. E così la coppia Monti appare alquanto abitudinaria. Tant’è che vive da sempre nello stesso appartamento in un condominio di Milano. Niente ville, insomma. Sobrietà anche nel privato. E al posto dei telegatti, solo cani, gatti e canarini, dei quali però la signora non ha ancora rivelato i nomi agli ormai depressi e sfiduciati giornalisti. Nell’attesa, già fioccano gli sbadigli…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

lunedì 25 luglio 2011

E il Pd a Campiano improvvisa il bunga bunga dei poveri

Amnesie di mezza estate. Metti una sera a cena alla festa del Pd di Campiano, frazione della rossa Ravenna. Metti lo streep di Davide, al secolo Il vikingo, promotore di corsi di seduzione a Milano Marittima e protagonista di una fugace apparizione all’ ‘Isola dei famosi’ su Raidue, che si denuda e si contorce.
Metti, a seguire, un bel piatto di fettuccine al ragù annaffiate da qualche bicchiere di buon vino rosso e un secondo streep, quello di Jessica che si spoglia anch’ella. Eh già. Dov’è finita la questione femminista tanto cara alle piddine doc (vedi Melandri, De Gregorio & Co.)? Dev’essersi offuscata insieme alla questione morale che hanno risollevato Tedesco e Penati.
Eh già. Il Pd ultimamente è avvezzo agli scivoloni antifemministi e lesivi della dignità del corpo della donna. Vedi il filmino hard della giovane segretaria di un circolo Pd toscano e il manifesto tanto chiacchierato delle gambe al vento in stile Marylin, per esempio. E puntualmente, si solleva il chiacchiericcio stridulo e assordante. Stavolta a insorgere, le esponenti del movimento “Se non ora quando”, che si sono affrettate a chiedere ai dirigenti locali del partito come fosse possibile che “nessuno sia in grado di bloccare iniziative così volgari e offensive per le donne”. Eh già. Le piddine doc e le militanti piddine della vecchia guardia e dell’ultima ora si sarebbero a dir poco indignate.

I volontari hanno espresso la loro amarezza. Ma era un gioco enfatizzato dai media, rispondono gli organizzatori. Un castello di sabbia gonfiato dai giornali. Esattamente come il bunga bunga.
Chiamati in causa, i dirigenti di zona del Pd hanno ragionato un po’, o quantomeno hanno fatto finta, per poi risolvere il gravoso dilemma. Un faccia a faccia tutto al maschile, con il segretario Pd delle Ville Unite Giorgio Benini, il segretario comunale Danilo Manfredi e il segretario provinciale Alberto Pagani. E alla fine? Totale accordo e solidarietà ai 200 volontari e volontarie "la cui moralità e coerenza con i valori del partito non possono essere messi in discussione", hanno scritto in una nota congiunta.
Eppure la mossa era astuta per recuperare consensi e prepararsi ad essere una valida alternativa, seppur decisamente più squattrinata, al più famoso e originale bunga bunga. Ma è meglio non gettare troppa benzina sul foco. Insomma, alla fine tutto è bene quel che finisce bene. Con una promessa per il futuro: maggior controllo e un’attenta valutazione della programmazione. E vabbè, amanti dei bei corpi in bella vista, niente paura. Le solite promesse da marinaio del Pd, nonostante tutto, sempre più impegnato a scimmiottare il tanto criticato intrattenimento, televisivo e non, di stampo berlusconiano.  Ora alle prossime feste democrats non resta che ingaggiare ufficialmente, magari con un contrattino da precarie, le veline di sinistra (e ci sono, ci sono...), magari dopo averle fatte discettare su temi caldi come  il cambiamento, la meritocrazia, una nuova classe dirigente, il  futuro dei giovani e del Paese . Complimenti al Pd: sincero ma non troppo. Credibile ancora meno.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it )

domenica 19 giugno 2011

A Pontida Bossi e la Lega: D’Artagnan e i moschettieri di re Silvio

Il re è ancora lui, Silvio. E alla fine… Umberto Bossi è il solito D’Artagnan, sul palco di Pontida insieme agli altri moschettieri Calderoli e il popolarissimo Maroni. In 80.000 sul prato bergamasco a sventolare bandiere. Le camicie verdi hanno sete di rivalsa, ma anche di retorica demagogica. L’importante è dire a gran voce quelle tre o quattro cose concordate sottobanco col premier, giusto per far bella figura con la propria gente, placarne le ire e i malcontenti. Dunque voce grossa, aria minacciosa, come da copione e da tradizione del Carroccio. Non è mancato qualche insulto, le solite e attese parolacce che hanno fatto il giro del web e delle cronache politiche di tutti i giornali (“quegli stronzi dei giornalisti schiavi di Roma scrivono solo falsità”, e qui interviene Enzo Iacopino, presidente del consiglio dell’Ordine).

Si batte sui ministeri al Nord, in particolare Economia, Lavoro, Riforme e Semplificazione legislativa. “Silvio era deciso, ma poi si è spaventato”, ha ricordato il Senatùr. Roba da far accapponare la pelle alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che chiama in causa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e, naturalmente Gianni Alemanno (“Non si può sacrificare una capitale”). Macché capitale. In Padania tira un vento secessionista, ormai dalla notte dei tempi. E ora si pretende assolutamente il federalismo fiscale e un nuovo patto di stabilità per i comuni virtuosi. La gente del Nord, il ventre molle del Carroccio, festeggia, esulta, si commuove, ride, fischia e canta. In poche parole ci crede e ci ricasca. Gratitudine al premier (“Senza i suoi voti non ce l’avremmo fatta”) ma nessuna assicurazione su una nuova alleanza dopo il 2013. E messa in discussione anche della leadership del Cavaliere. Insomma, uno spiraglio a nuove alleanze, ma solo a fine legislatura. Per il momento, l’opposizione dovrà accontentarsi solo di qualche scaramuccia. Nessuna rottura e la solita vaghezza. Il popolo del Nord, il ventre molle del Carroccio, esulta, si commuove, ci credeDel doman non c’è certezza, trallallero trallallà.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

venerdì 17 giugno 2011

La Lega sbraita. L'alleanza con Mr B. resta. E Pontida diventa il remake di 'Molto rumore per nulla'

L'entusiasmo per la vittoria ai referendum rischia di trascinare qualche cronista politico nel vortice di uno sfrenato ottimismo sulla crisi irriversibile del governo e sul rischio di possibili elezioni anticipate. Niente di più sbagliato. I tempi non sono ancora maturi. (la frenata di Di Pietro non è un caso). E non sono maturi non solo per l'opposizione, che ancora non è pronta ad afferrare a mani salde il timone, ma anche nella maggioranza. Infatti l'ipotesi di un'implosione appare remota soprattutto nel Pdl, seppur dissestato.
Non è tempo quindi di facili ottimismi. Perché i riflettori puntati sul raduno di Pontida di domenica potrebbero rivelarsi l'ennesima illusione perduta. E chi si aspetta che il raduno dei leghisti celebrerà una rottura con Silvio Berlusconi, rimarrà deluso e dovrà accontentarsi dll'ennesimo esercizio demagogico dall lega Nord per riconquistare qualche voto e la fiducia dei propri elettori, traditi da promesse non mantenute. Bossi, salendo sul palco gasato al punto giusto, non romperà l'alleanza di ferro con Silvio Berlusconi, alleato numero 1. Ipotesi da escludere. Così come si sciolgono come cera le insinuazioni di un possibile travaso nel Pd.  Berlusconi e Bossi sono legati infatti a doppio filo:  se cade l'uno, cade anche l'altro, con tanto di ministeri e sottosegretariati. E viceversa, se resiste l'uno, resiste anche l'altro, a questo punto fino al 2013. 

Sì, è vero, l'ingranaggio dell'alleanza tra i due ha scricchiolato più di una volta. Ultimamente perfino un po' troppo. Soprattutto sulla questione Libia e immigrati. La linea dura dei leghisti non era passata, creando smorfie e malcontenti, nonché sonori vaffa... al capo. E i leghisti on ci avevano pensato troppo a bloccare il decreto sui rifiuti campani. Ma puntualmente è arrivata la mossa strategica del premier, più abile di Pericle, che ha allora cercato di ammorbidire subito i toni lubrificando l'ingranaggio e, in conferenza stampa con un Maroni un filo distaccato ha preso le distanze dall'intervento contro Gheddafi varando la stretta sull'immigrazione.

Ecco. Primo passo sulla via di una possibile riconciliazione. Poi il chiarimento su un'interpretazione errata del pollice verso del senatùr, rivolto ai giornalisti e non al governo. Ma quando tutto sembrava risolto, l'affondo minaccioso di Maroni: "Rimando a Pontida, dove Berlusconi ci ascolterà attentamente", in risposta a chi gli aveva chiesto se il governo terrà. Sarà vero che sul palco del 'sacro prato', tra la schiettezza inequivocabile del concreto popolo della Padania abituato a poche perifrasi e scarsi giri di parole la Lega saprà davvero essere credibile e riconquistare la sua gente ormai disillusa e amareggiata? Bella scommessa. Questo sarà il principale obiettivo di Bossi & Co, al di là di chi salirà sul palco. E se questo costerà qualche altra sceneggiata in salsa verde contro l'alleato di ferro, magari condita pure con qualche frase pesante, paroline e parolacce a effetto, finte minacce, pressing sulla riforma fiscale e i ministeri al Nord con voce incazzata e gestacci, ci sta. Come al solito, in perfetto stile leghista. Anche se non saremo nella Napoli melodrammatica di Mario Merola, ma nel cuore della nebbiosa Padania.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)        

lunedì 13 giugno 2011

Referendum 2011: quorum ampiamente superato. I cives si risvegliano

E alla fine il quorum non solo è stato raggiunto, ma anche ampiamente superato e viaggia verso un bel 60 per cento. Nel caldo weekend appena trascorso un salto al mare, ma prima un salto alle urne per votare sì ai quattro quesiti e far saltare di nuovo i nervi al premier, che aveva invitato a disertarle. Altro schiaffo dunque per Silvio Berlusconi, che di certo non avrà digerito il sì sull’abrogazione del legittimo impedimento. E una sonora bocciatura al suo governo.
“E’ un divorzio tra il governo e il Paese”, commenta Pier Luigi Bersani. Antonio Di Pietro esulta. L’opposizione compatta incita alle dimissioni, tranne l'Idv. Ma di fatto che cosa succederà? Riflettori puntati sul rapporto tra il Cavaliere e Umberto Bossi, nell’attesa della Filippica di Pontida nel mega raduno leghista il prossimo 19 giugno. Ma potrebbe anche gattopardianamente non cambiare nulla e tirare ancora una volta a campare, magari pure fino al 2013.

Di certo questo è un risultato chiaro, netto, che meglio fotografa lo stato di apnea in cui versa la maggioranza. Il dato più rilevante, oltre alla vittoria dei sì, è quello di una partecipazione massiccia all’istituto referendario, come non succedeva negli ultimi dieci anni. I cittadini riscoprono a gran voce uno dei principali strumenti di democrazia diretta, si sentono partecipi, vogliono esserci e decidere col loro voto. Vogliono insomma riscoprire più che mai il proprio ruolo di cives. E non essere più trattati come figuranti e comparse di uno sterile spettacolo dove gli attori principali sono sempre gli stessi e fanno un po’ come gli pare, a seconda del proprio “particulare”. Eccolo, il campanello d’allarme, è già suonato e non si può far finta di non sentirlo. I cittadini pretendono di essere parte attiva in una società liquida, che modifica le proprie sembianze alla velocità della luce. Ecco perché gli italiani domenica 12 giugno (si è votato fino alle 15 di lunedì 13) , prima di fare un salto al mare, sono andati a votare.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

mercoledì 8 giugno 2011

Berlusconi ai raggi X. Gli amici non servili tentano l'ultimo salvataggio. Risorgerà per l'ennesima volta?

C’è ma non si vede. Silvio Berlusconi alla fine non è arrivato al Capranica, tra i suoi amici non servili. Ma era come se la sua presenza sofferta, il suo volto stanco e tirato, il suo sorriso amaro e per una volta non beffardo, fossero lì presenti. Rimettersi in gioco con una grande campagna nazionale di rilegittimazione. Primarie, dunque, per riscoprire un animo democratico. L’autarchia si avvia definitivamente al tramonto. Giuliano Ferrara lo grida a gran voce. A fargli da spalla gli altri amici non servili del Cavaliere mascherato : Mario Sechi, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri.

In platea ad ascoltare, tanti parlamentari del Pdl e ministri tra cui Cicchitto, Santanche', Brunetta, Verdini, Meloni, Galan. Non si può proprio far finta di niente. La sconfitta elettorale c'e' stata, anche se Berlusconi fa fatica ad ammetterla. L’appello convinto dell’angelo custode Ferrara sa di un benevolo tentativo di salvataggio, per accelerare la fase di recupero ed evitare l’inevitabile sfacelo. “Non essere ingessato, non diventare una statua di cera. Torna a combattere”, esorta Ferrara vestito di beidge. Il Pdl? Il Titanic che affonda, con l’orchestra che continua a suonare, dice il direttore del “Tempo” Mario Sechi. “Che errore liquidare la sconfitta di Napoli e Milano come un episodio! Sono invece il picco di un'emergenza, che non si risolve con Alfano segretario politico. Dunque ci vuole umiltà per capire che la sconfitta è grave' e 'occorre soprattutto una rivoluzione dentro il Pdl. Bisogna coinvolgere il popolo sovrano, quello che si cita sempre ma che non si coinvolge''. E sembra di rileggere alcuni passi del De Republica di Platone.

Tutta colpa del dissenso che avanza. Il pubblico dileggio entra a pieno titolo nell’agone politico. Il clima generale di sfiducia e di scontento si sta allargando a macchia d’olio. Dalla platea arrivano fischi e urla. “Vai a casa, fuori!”, sbraitano gli uditori inferociti quando Marina Terragni del Corriere preme un po’ troppo l’acceleratore: “Le donne che hanno manifestato per lui a febbraio lo hanno abbandonato come Veronica”.
Anche se non è ancora detta l’ultima parola e la rimonta non è del tutto esclusa. Come nel 2006, quando Berlusconi all’ultimo momento riuscì a mobilitare gli indecisi. Tutto può succedere. Perfino il brutale risveglio di schegge impazzite di berlusconismo. Per chi crede ancora nei miracoli…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it )

venerdì 25 marzo 2011

Le veline? Capro espiatorio di tutti i mali tele-visivi


Velinismo versus mignottismo radical-chic. Ovvero il Cavaliere contro l'Ingegnere. Ci risiamo. E’ un disco già suonato, un film già visto, la replica di una serie tv di successo. Stavolta i toni sono decisamente più soft e gli interessi in ballo pure. Ma la polemica ha tutta l’aria di rinverdire un astio che risale ai venerandi tempi della battaglia di Segrate, quando con acume imprenditoriale e un pizzico di spregiudicatezza Silvio Berlusconi soffiò a Carlo De Benedetti, l'eminenza grigia del Pd, che ancora oggi decide chi dev’essere il leader della coalizione di centrosinistra, la Mondadori.
Soggetti dell’ attuale contesa sono da un lato Federica Nargi e Costanza Caracciolo, le veline di Striscia, il tg satirico della rete ammiraglia Mediaset, dall’altra le tante immagini di spot con modelle seminude che occhieggiano maliziose in formato gigante dalle pagine di Repubblica e del settimanale Velvet, sempre del gruppo editoriale L’Espresso. E siccome Antonio Ricci, l’ideatore di Striscia la notizia, non ne può più di vedere demonizzate le sue creature, ha pregato le veline di scrivere una lettera e registrare un messaggio per difendersi dall’accusa di essere il male assoluto della tv italiana.

Tirare in ballo argomenti di stampo smaccatamente femminista (la dignità della donna, lo sfruttamento pubblicitario del corpo femminile, ecc. ecc.) può essere molto rischioso, perfino compromettente. E così in occasione della conferenza stampa di presentazione della nuova coppia di conduttori Ficarra e Picone, Ricci fa l’ affondo: “Sono state accusate di essere delle satanasse. Sono ragazze che purtroppo non hanno dato ai giornali cibo, non sono mai state coinvolte in scandali, sono fin troppo suoresche. Sono state talmente infangate che arrivavano troupe straniere per vedere cosa facessero queste ragazze pensando che stessimo girando una puntata ad personam. La menzogna è arrivata a sostenere che le veline sono mute: non sono mai state mute, ballano e contemporaneamente fanno una telepromozione”.
Ricci, che ritiene di essere finito in mezzo ad una battaglia editoriale tra Repubblica-L’Espresso e Il Fatto Quotidiano, ha attaccato poi le giornaliste televisive:“Anni fa ho sostenuto che le telegiornaliste non vengono più scelte coi criteri della Buttiglione ma con criteri di selezione come quelli di Miss Italia. Non capisco come mai si attacchino le Veline e passi sotto silenzio dall’area dura e pura il fatto che Sky, beati loro, abbia un campionario di belle donne che sembra la finale di Miss Italia”.
E ancora contro il nuovo talent di Sky che mette in risalto lo strip femminile:
Perchè il Burlesque è una figata culturale, invece due povere ragazze che fanno uno stacchetto di 20 secondi sono la dannazione del mondo? Quando arrivano i giornalisti stranieri non riescono a raccapezzarsi, pensano che fuori onda facciano ben altro”.
E sulle critiche a Drive In , programma cult degli Anni Ottanta: “Erano gli anni dell’edonismo e c’era l’esagerazione. Parlavano le ragazze, avevamo degli sketch, era una trasmissione comica, satirica, esagerata. […] Se avessi inventato le Veline sarei Dio, ma essendo un Pontefice le ho solo nomate. Ho dato un nome alla bionda e alla bruna di Pippo Baudo, un nome a tutto lo squinziame che vedevo in giro in televisione. Miss Italia c’è da 70 anni e se vai sul sito di Repubblica puoi votare il volto e il corpo di Miss Italia con a fianco la foto delle festa del Pd. […] Questa è la vittoria del prete, del clericalismo. Per me Fabio Fazio è un prete, Veltroni idem. Secondo voi ha dato più danni alla sinistra il Drive In fatto da persone di sinistra o il fatto che Repubblica appoggiasse De Mita?”.

A questo punto viene da riflettere. Quello della condanna moralistica del velinismo quando ormai in tv di belle ragazze poco vestite se ne vedono dovunque, in ogni trasmissione e studio televisivo, da “Miss Italia” a “L’Eredità”, da “Quelli che il calcio” a l’ “Isola dei famosi”, passando per “Domenica In “ e “Che tempo che fa”(il cui condittore, Fabio Fazio, è un bel po' di sinistra), sollevare l’argomento suona strano. Anche sulla questione delle telegiornaliste Ricci avrebbe ragione. Ce ne fosse una alla Rosy Bindi. Certo, l’autore di Striscia ha dimenticato di citare “Il Corriere” con Kate Moss e la sua campagna sexy-streap per Vuitton. Della serie: qui più che il ‘si salvi chi può’, non si salva proprio nessuno. E in più ci si paga lo stipendio dei giornalisti, come ha fatto notare Maria Laura Rodotà.
Insomma, chi è senza peccato, scagli la prima pietra. E allora viene da chiedersi: a che serve sollevare una polemica talmente sbiadita, inutile, seccante e noiosa? A proposito: alla fine
verrà cancellato con uno strategico colpo di spugna il programma “Miss Italia” dalla programmazione settembrina di Raiuno? Domanda retorica…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

sabato 26 febbraio 2011

Futuro e libertà: tra un po' saranno in due a ballare l'alligalli


Ad uno ad uno i guerrieri hanno deposto le armi, si sono scrollati di dosso l’armatura, hanno abbandonato il campo di battaglia. E così “Futuro e libertà”, il movimento politico di Gianfranco Fini si è immaginato per un attimo gigante ma poi, guardandosi allo specchio, ha scoperto di essere soltanto un pigmeo, un lampo fulmineo nel cielo nero del dissenso rivolto al Pdl. Una luce flebile, più che un faro abbagliante. E così, senza dieta, il Fli ha finito talmente per assottigliarsi che rasenta l’anoressia. Certo, poteva andare anche peggio. Potevano anche rimanere in due a ballare l’alligalli: ovvero Gianfranco Fini e Italo Bocchino. Ma di sicuro non è andata bene. Per farla breve, il gruppo Fli al Senato si è dissolto: erano in 10, ora a Palazzo Madama sono rimasti in 6. E lo scioglimento è d’obbligo, visto che il numero minimo è di 10 senatori. A lasciare, dopo Pontone e Menardi, hanno ufficializzato anche l'ex capogruppo Pasquale Viespoli e Maurizio Saia. Divergenze insuperabili, la motivazione ufficiale.
Resta invece Baldassarri, un voto "cruciale" per il federalismo in Commissione bicamerale.
Alla Camera, un po’ meglio: resistono in 29. Ma in bilico restano soprattutto Adolfo Urso e Scalia, corteggiatissimi dal Pdl. E pure l'ex ministro Andrea Ronchi. Sapranno resistere alla voce del padrone?

Ma che cos’è che non convince di un gruppo nato per assestare il definitivo colpo di grazia a un premier considerato ormai alle ultime battute? Probabilmente la risposta è da rasoio di Occam. E sta tutta in due parole dello slogan “un'alternativa competitiva all'attuale centro-destra". Appunto. Un’alternativa competitiva. Attualmente un lontano miraggio. Se ne sono accorti anche loro. Tant’è che il decreto milleproroghe ala Camera è passato con 309 voti di fiducia e 287 no. Bel risultato per Silvio Berlusconi che ha riconquistato il voto di molti ex finiani. Magie da Cavaliere, che alla fine ha sventato l’ennesima congiura. E, a dispetto di opinionisti convintissimi dell’imminente tracollo, della rapidissima discesa, della funesta fine, chissà come mai, finora continua a resistere…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

lunedì 21 febbraio 2011

Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu al bar Italia dei fatti propri


“Non ha sbagliato. Stavolta gli è andata un po’ di sfiga”. Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu alla fine lo giustificano, Silvio Berlusconi. Sul caso Ruby, sui festini ad Arcore. Le belle donne piacciono a tutti. Lo giustificano un po’ come fanno gli italiani. Alcuni, s’intende. Che ne parlano al bar, proprio come il duo delle Iene fa nella quarta serata del festival di Sanremo, seduti a un tavolino, durante una partita a scacchi. Magari tra un caffè e un rapido sguardo al quotidiano locale. Magari aggiungendo pure lo sfogo per il goal subito dalla propria squadra del cuore. Proprio da bar, Luca e Paolo. Da bar Italia.
L’ennesima espressione dell’italianità media. Meglio di un film di Alberto Sordi. Né a destra, né a sinistra. Bipartisan? No, ciascuno a farsi i c… propri, che non fa mai male. E allora perché prendersela tanto col presidente del Consiglio, rischiando di far scatenare l’ira dei dirigenti Rai facendoli ricorrere alla tanto temuta censura? Ma soprattutto perché prendersela così tanto con uno che in fondo non è né meglio né peggio della maggior parte degli italiani che rappresenta. Non rispetta le istituzioni? E allora? Se è per quello, nessuno le rispetta. “Ti piace forse fare la fila dal medico?”, chiede Paolo a Luca. Ecco svelato l’arcano. Ecco perché Berlusconi, da quando è sceso in politica, ha conquistato il consenso di una fetta importante del nostro Paese. “Nella pancia della nazione si muovono tanti elementi: umanità e opportunismo, cautela e astuzia, distrazione e confusione, fantasia e ottimismo”, ha scritto Beppe Severgnini ne “La pancia degli italiani”. Ecco la risposta. Le Iene lo sanno. E prima di ritornare nell’alveo rassicurante di Mediaset, danno il due di picche a chi voleva politicizzare il festival targato Gianni Morandi. Più che mai il festival degli italiani. Confusi, smarriti, di malumore, stanchi, stufi, qualunquisti, opportunisti. Ma in fin dei conti indulgenti. Perché chi è senza peccato, scagli la prima pietra…

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

venerdì 18 febbraio 2011

Sanremo 2011: Benigni non tradisce. Il pubblico rivede l’Italia in musica. Morandi sogna il bis


Alla fine non ha deluso le aspettative, Roberto Benigni. Le aspettative soprattutto del pubblico. E ha fatto il miracolo: ha risvegliato per qualche istante il desiderio di sentirsi italiani. Picco di ascolti di 19 milioni di spettatori, proprio mentre un Benigni giullaresco e da Oscar racconta agli italiani col suo linguaggio l’inno di Mameli, il loro canto. Quasi un’ora di grande spettacolo. Benignano, fino in fondo. Ingresso garibaldino sul cavallo bianco, tricolore a destra e a manca, riferimenti garbati alla filosofia del potere di Silvio Berlusconi, alle debolezze del Partito democratico. Sul finire, un chiaro appello a Umberto Bossi (“Umberto, la vittoria è schiava di Roma, la vittoria, capito?”). Effetto domino sul panorama politico? Macché. La Lega tira dritto. E sui festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il ministro Calderoli si affretta a precisare: "Fare un decreto legge per istituire la festività del 17 marzo, un decreto legge privo di copertura in un Paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale e in più farlo in un momento di crisi economica internazionale è pura follia. Ed è anche incostituzionale".

Una stonatura di troppo in un festival finora intonato. In una serata in cui le emozioni hanno dominato davvero. Come quando Morandi ha interpretato "Rinascimento", il brano scritto da Gianni Bella prima che lo colpisse un ictus e da Mogol (quest'ultimo in prima fila), salutando con una calorosa standing ovation il cantautore catanese fratello di Marcella, per intenderci quella delle montagne verdi. L'apoteosi del festival: lirismo benignano contornato da un misto di orgoglio italico e di populismo patriottico. Il leiv motiv della serata traspare nelle esibizioni dei big. Da “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori, interpretata da un coraggioso Davide Van De Sfross a “Va’ pensiero” , uno dei cori più famosi della storia dell’opera tratto dal Nabucco di Giuseppe Verdi, cantato per l'occasione da Al Bano. Da "L'Italiano" con Tricarico e Toto Cutugno e “Mille lire al mese” con Patty Pravo alle nostalgie amorose di un combattente al fronte, “O’ surdato nnammurato”, in bocca a un Roberto Vecchioni in odore di vittoria o comunque di piani alti in classifica, fino alla malinconica “La notte dell’addio”, interpretata da Luca Madonia, con l’ orchestra diretta da un sempre più sfuggente Franco Battiato, e alla tragica vicenda d'oltreoceano di Sacco-Vanzetti che Here’s to you” ha risvegliato con i Modà accompagnati da Emma, primi su iTunes col loro brano in gara. Ciliegina sulla torta: l’afflato patriottico decisamente a tono di Elisabetta Canalis (“ultimamente trascorro sempre più tempo in America, ma l’Italia mi manca davvero tanto, mi sento più che mai italiana”), supportato dal buonumore danzante di Belen Rodriguez, immigrata accolta nel nostro Paese a meraviglia (e poi dicono che non siamo ospitali). Nella terza serata sanremese l’Italia era lì, c’era tutta, dal Manzanarre al Reno, ricostruita con grande fatica - come ha spiegato in conferenza stampa Gianni Morandi - grazie a un duro lavoro. Per una sera l’Italia è tornata a brillare di luci e paillettes, coi dovuti onori e ricordi, la sua gloria e la sua storia. Giusto per una sera, proprio (e solo) a Sanremo.
Prevedibile il ripescaggio da televoto di Al Bano-Tatangelo. Ora già si pensa a Robert De Niro, Monica Bellucci, ai novelli Take That. E ai duetti. Il pubblico ha sognato l’Italia, Morandi adesso sogna il bis. Basta crederci.

Elena Orlando (
elyorl@tiscali.it)

sabato 5 febbraio 2011

Tra Fini e Barbareschi qualche penna di troppo


La coerenza in politica? Un optional. Negli ultimi tempi meglio i voltagabbana continui, senza sosta, neppure in corsia d’emergenza. Quella in cui la macchinina Italia è ferma da un pezzo, in attesa che la soccorra il carro attrezzi. Così Luca Barbareschi, attore-regista-produttore-consumato show man prestato alla politica, ora volto “nobile” di Futuro e libertà, stava per tirare a Gianfranco Fini una bella sòla. Quasi come l’astensione in aula sul caso Ruby. Proprio alle sog E Fini non deve proprio averlo digerito. Tant’è che i due hanno finito per tirarsi le penne. lie di quell’assemblea costituente che darà corpo e anima al partito fondato dall’ex leader An e dai suoi fedelissimi. Barbareschi, si sa, non è un tipo molto fedele. Ed ecco che, tra una conferenza e l’altra, c’è scappato il flirt con Silvio Berlusconi. Per fortuna innocuo, senza gravi conseguenze. Ma c’è scappato. Ebbene sì, per un attimo, un interminabile attimo, il legame politico con Fini è entrato in crisi. Ha vacillato.
Veniamo al dunque. Luogo dell’alterco: gli uffici del gruppo. I parlamentari del gruppo erano riuniti per discutere di incarichi e programma proprio in vista del congresso. Barbareschi ha esternato la richiesta di guidare la commissione Cultura dell’assemblea e si è sentito replicare da Fini:In questa fase non posso davvero affidarti nulla”. Barbareschi s’inalbera e sbotta con un secco: “Voi non mi meritate, questo è un partito di oligarchi!”. Il ping pong continua. E Fini affonda senza pietà: “Come ti ho detto in privato, te lo ripeto in pubblico: ci sono attori e pagliacci. I pagliacci non fanno sempre ridere, a volte fanno anche piangere”. A questo punto accade l’irreparabile: è un crescendo rossiniano di urla, grida, penne che volano, porte che sbattono. Il punto è: Barbareschi ora se ne va? Il quartier generale del Fli al momento lo esclude. E fa sapere che si tratta di un normalissimo confronto dialettico in una fase di assestamento. Ma ammesso che sia davvero così, i toni accesi di questo confronto-scontro serviranno ad alleviare la delusione per l’emorragia di parlamentari e per la leadership del terzo polo affidata a Casini? E soprattutto convincerà gli elettori che si tratti di una valida alternativa di centrodestra a Berlusconi?

Elena Orlando (
elyorl@tiscali.it)

domenica 23 gennaio 2011

Ruby superstar: è lei la nuova lolita antiromantica


E’ la nuova Lolita di Nabokov. Mora, procace, marocchina. Artigli affilati, labbra vermiglie a canotto, una cascata di riccioli sulla schiena. Si finge 24enne ma in realtà di anni ne ha appena 18. Abiti succinti, scollature vertiginose, vita rocambolesca, infanzia difficile, con abusi subiti da un paio di zii in età adolescenziale. Ingenuità zero e una gran voglia di arrivare. Karima El Mahroug, in arte Ruby “Rubacuori” è la star del momento. Il nuovo volto televisivo, senza passare tra i banchi di “Striscia la notizia”. Anni passati a fare la ragazza immagine sul cubo, ammorbata dalle luci psichedeliche di locali alla moda milanesi, non le sono valse la notorietà che le ha dato l’ inchiesta aperta dai magistrati milanesi che ha rivelato le sue ospitate ad Arcore, residenza milanese del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, insieme alle altre ragazze di via dell’Olgiettina (ribattezzata per l’occasione via dell’Orgettina), assunta nell' immaginario collettivo, grazie all'accanimento giornalistico e mediatico, a luogo di più assoluta perdizione, esattamente come lo era circa un anno fa via Gradoli per il caso Marrazzo.


Basta sfogliare i giornali. Almeno quattro pagine al giorno la immortalano nelle pose più sexy, dedicandole gli articoli più disparati. Fior di opinionisti si accapigliano per lei nei talk televisivi. L’intervista di Alfonso Signorini ha fatto il giro delle tv. Insomma, non passa giorno che non si parli di lei. Il suo nome, recitato come un mantra dai media, rimbalza come una molla tra le pareti glitterate del tubo catodico. Ruby colpevole, Ruby innocente, insomma Ruby forever. Nella bufera il suo rapporto di presunta amicizia col premier, o di semplice conoscenza. E quella busta con dentro 7000 euro.

La rilevanza penale di queste frequentazioni è ancora tutta da accertare. Ma un dettaglio non indifferente balza subito agli occhi. Ruby ha uno sguardo eloquente. Si dimena con una certa disinvoltura davanti alla telecamera, rivelando una certa determinazione, ambizione, il vivo desiderio di guadagnare quelle cifre che si possono guadagnare solo lavorando nel mondo dello spettacolo. E Berlusconi in qualche modo ai suoi occhi ne avrebbe rappresentato il passepartout. La via d’accesso più breve.
Ruby si fa bene i suoi calcoli, t’incanta, ti convince, muove una certa pietà agli occhi di chi l’ascolta. Da qui al vittimismo di professione il passo è breve. Così il rischio è che in un battito di ciglia laccate di rimmel, Ruby si trasformi agli occhi dell’opinione pubblica come la povera vittima, la ragazza sfortunata che merita assolutamente un riscatto. Operazione maldestra che rischia di cambiare le carte in tavola. Perché Ruby in realtà è molto meno ingenua di quanto si pensi. Così come anche tutte le altre ragazze coinvolte nell’inchiesta, che si dichiarano “semplici e normalissime” con il bauletto di Burberry tra le mani, regali, gioielli, tesoretti e una spregiudicatezza di fondo senza limiti. Ragazze magari sfortunate, certo, ma decisamente poco idealiste e sognatrici. E molto molto concrete. E poi non chiamatele povere vittime.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)