mercoledì 10 settembre 2008

Giuseppe Ayala-Enzo Bianco: la mafia si combatte col buon governo

E’stato un faro nella lunga notte, cupa e spettrale, di una Sicilia infettata dal “malo morbo” della mafia e del suo malaffare. E se oggi “Cosa nostra” ha cambiato pelle e strategia, ma continua ad infettare sempre e comunque, è pur vero che la stagione delle grandi stragi non è finita, come testimonia l’attentato incendiario alla residenza estiva del giudice Giacomo Montalbano.

L’opera di guarigione avviata da Giovanni Falcone grazie alla geniale intuizione di mettere insieme i processi e costituire un pool antimafia nei primi tempi guardato con sospetto (“un magistrato è come un artigiano, è abituato a lavorare individualmente”), resterà scolpita nella memoria collettiva, come quel 23 maggio del ’92, quando il tritolo polverizzò in una frazione di secondo Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta.

Si conclude così, nel ricordo di un capitolo nero della storia della Sicilia, “La fortezza del libro”, il terz’ultimo dei tre incontri al Castello Normanno di Aci Castello, che hanno riscosso un gran successo di pubblico e che il sindaco Silvia Raimondo, che anticipa già la replica dell’anno prossimo, ha definito “l’occasione per comunicare ai giovani un importante messaggio: un invito caloroso alla lettura, perché è dai libri che si scopre l’anima propria e quella degli altri”.

Un giro di valzer dedicato a “Chi ha paura, muore ogni giorno”, il libro scritto da Ayala per onorare l’amicizia con Falcone. Ad aprire le danze, Enzo Bianco nei panni inediti di intervistatore di Giuseppe Ayala, amico e compagno di molte avventure: “Ci siamo conosciuti quando nel 1992 fummo chiamati a capeggiare le liste del partito repubblicano a Palermo e a Catania per rinnovare e cambiare la politica in un momento di crisi. Fummo eletti e ci ritrovammo insieme in Parlamento”. A rinsaldare il legame tra i due, ci ha pensato l’amicizia in comune con Falcone, “un uomo di straordinaria ironia”, dice Bianco, che racconta un curioso aneddoto: “Sei giorni prima dell’omicidio di Giovanni, il giorno del suo compleanno, che era anche quello di Ayala, per festeggiare siamo andati a cena insieme al ristorante “La carbonara” di Campo dei fiori. Dopo cena, durante il tragitto verso casa, lui mi disse che la cosa più rivoluzionaria che la Sicilia possa esprimere è il buon governo. Se c’è questo, la mafia fa un passo indietro. Credo che sia tuttora un messaggio più che mai valido”.

“Ma quella stagione è frutto della casualità?”, chiede Bianco ad Ayala, che ribatte “Ho smesso di credere alla casualità in quinta elementare. Il nostro incontro fu casuale, ma tutto ebbe inizio dalla genialità di Giovanni”. Nessuna connotazione eroica nella figura di Falcone. “Lui era un antiprotagonista per eccellenza. Una cosa che proprio non amava era questa: essere mitizzato”. E già, i miti sono altri. Giovanni Falcone era solo un grande magistrato e un uomo straordinario.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it), pubblicato su "La Sicilia" del 10/09/2008

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