mercoledì 15 febbraio 2012

Sanremo 2012 si trasforma nell'Adriano Celentano Show



Sanremo. Il Festival della canzone italiana? No, l’Adriano Celentano Show. Quasi un’ora sul palco dell’Ariston, per una performance da vero Messia. A introdurre il Molleggiato ci hanno pensato spari, bombe e immagini di guerra. Poi lui, col suo solito piglio, il bicchiere d’acqua mezzo vuoto “perché qui l’aria è secca”. E via libera su vita, morte, Paradiso, le battaglie perse della Sinistra, una su tutte la bocciatura del referendum da parte della Consulta, il popolo che dovrebbe essere sovrano ma non lo è affatto. Ma prima ancora Celentano ha sparato a zero sui preti, tranne don Gallo, e su Avvenire e Famiglia cristiana, giornali ipocriti che non si occupano di Dio. Il Messia, camminando lentamente, con le sue solite e attesissime pause, ha riservato un pensiero caritatevole agli ultimi, e con Pupo e Morandi, orfano di valletta (Ivana Mrazova ha il torcicollo), si è persino spinto un po’ più in là, discettando sull’altezza e la bassezza d’animo. Troppo ingombrante, Celentano, troppo invadente, e troppo lunghi i monologhi, in un piatto misto che, a causa di troppi ingredienti, alla fine è risultato indigesto, sia a destra che a sinistra. E gli scappa pure un insulto ad Aldo Grasso, che si becca un bel "deficiente".



E alla fine il nuovo messia, il predicatore rude e scostante, dai sermoni faticosi e sofferti. Ma soprattutto chiacchierati, bocciati, commissariati, è stato premiato dall'audience. La prima serata del festival ha registrato infatti ascolti da record, col 48, 50 per cento di share, 14 milioni 378mila telespettatori, che durante il sermone celentanesco è salito fino a raggiungere il 55, 40 per cento, ovvero oltre 15 milioni di spettatori.
Questo basterà a placare le ire del clero e degli alti prelati? Macché. Anzi. Ha scatenato una vera e propria bufera. E più che una polemica l’intervento audace del molleggiato ha assunto la fisionomia di un caso di Stato vaticano. Ci sarebbe voluta l'Inquisizione per far giustizia divina in terra. Osare troppo non conviene. E insinuare che Avvenire e Famiglia cristiana dovrebbero chiudere è davvero troppo. Interviene il direttore di rete, Mauro Mazza, dissociandosi da questa considerazione. Piena libertà di espressione. Ma senza esagerare. E Lorenza Lei che dopo aver ascoltato informalmente il presidente Paolo Garimberti e i consiglieri di amministrazione dell’azienda, ha deciso di ‘commissariare’ il Festival, inviando il vicedirettore generale responsabile per l’offerta radiotelevisiva Antonio Marano a coordinare “con potere di intervento” il lavoro del festival di Sanremo.



In tutto questo ne escono con le ossa semirotte i cantanti, oscurati dal ciclone Celentano, ancora più di quanto si era previsto. Sanremo dunque dà spettacolo. E la musica, almeno fino a questo momento, resta solo un pallido e sbiadito sottofondo. La gara tra i big ha subito anche un'altra battuta d'arresto. E' infatti  rimandata a stasera (e rischierà di mettere in ombra l'esibizione degli otto giovani). Quindi niente classifica provvisoria, ma soprattutto nessuna eliminazione. Infatti il sistema tecnico di voto usato dalla giuria demoscopica s' inceppa  subito dopo l'esibizione di Samuele Bersani, decisamente promosso col suo brano "Un pallone"  in un efficace mix di elegante (smoking) e sportivo (sneakers). Un po’ come alle primarie del Pd, dove c’è sempre qualcosa che non quadra. «In deroga al regolamento del festival, Rai1 e la direzione artistica, preso atto del blocco del sistema di voto, hanno deciso di sospendere la gara di stasera, permettendo a tutti e 14 gli artisti di riesibirsi domani», spiega Gianni Morandi tra fischi e proteste in sala. E i giurati lanciano in aria le loro schede coi voti. Ivana ha il torcicollo. Ma in compenso si ripresentano i soliti noti dell’anno scorso: Belen-Canalis. che anticipano d una serata e Luca e Paolo dedicano il loro monologo alla crisi e aprono con un ricordo nostalgico di Silvio Berlusconi. E già, “se un anno fa avevamo la cacca fino al collo, chi avrebbe mai pensato di rivederci un anno dopo completamente sommersi”, scherzano.

La scenografia di Gaetano Castelli, al suo 19esimo anno di collaborazione col festival,  fa il suo effetto, così come l’arca della musica portata sul palco. L’orchestra non è al suo momento migliore e fa un esordio in sordina. Come un po’ tutti i 14 big in gara, Bertè-D’Alessio e Dalla-Carone compresi. Con qualche scivolata evidente di Noemi e Irene Fornaciari, che non colpiscono. L’elegante Francesco Renga poteva osare di più e Arisa pure. Convince subito, fin dal primo ascolto, sia per le doti interrpretative che per quelle di autrice Nina Zilli, e la Bertè compie il miracolo e rende più sopportabile perfino D'Alessio. Ed Emma appare retorica e melensa. Ci si aspettava di più sia da Eugenio Finardi che soprattutto da Lucio Dalla, ma si confida nel riascolto.
Il look degli artisti non spiazza. E Dolcenera appare con uno stile troppo easy per il palco dell'Ariston. Ma si sa, la crisi si fa sentire. Come ci ricorda a ogni presentazione di un brano in gara Rocco Papaleo, in loden blu e con una cartella in mano, che fa il verso all’insopportabile monotonia di Mario Monti, che purtroppo almeno finora deve aver maledettamente contagiato anche questa sessantaduesima edizione fin troppo ordinaria del festival. Ma al verdetto finale mancano ancora quattro serate...


Elena Orlando (elyorl@tiscali.it)

Nessun commento: