mercoledì 23 luglio 2008

Geronimo, l'evergreen anti-piazza

A volte ritornano. E Geronimo (come ama firmarsi quando scrive su Libero e Il Giornale), al secolo Paolo Cirino Pomicino, è uno di questi. Deputato alla Camera dal 1976 al 1994, ministro della Funzione Pubblica nell'anno '88-'89, ministro del Bilancio dall'89 al '92. Democristiano doc, traghettato - dopo l'esplosione della Dc - prima nell'Udeur di Clemente Mastella, poi in Democrazia Cristiana per le Autonomie, nata nel giugno 2005 su iniziativa di Gianfranco Rotondi. Poi, deputato al Parlamento europeo tra le file del Ppe, nel 2006 eletto alla Camera nella lista Dc-Nuovo Psi. Dal 2007 ha un cuore nuovo, nel senso che è stato sottoposto ad un delicato trapianto in seguito a problemi cardiaci. Alle ultime elezioni politiche è stato iscritto, suo malgrado, nella lunga lista dei grandi esclusi. Nonostante ciò, nessuna resa, ma tanta perseveranza. Così tanta da riuscire a rimediare una nomina, da parte dell'amico Gianfranco Rotondi, a presidente del comitato scientifico per il ministero dell'Attuazione del programma. Una consulenza di lusso, e la nobile scelta di non percepire alcun compenso.

Ma a rendere Paolo Cirino Pomicino unico e irripetibile nella storia politica italiana è soprattutto il fatto che è stato uno dei 24 parlamentari italiani ad aver ricevuto condanne penali in via definitiva nella XV Legislatura: per l'esattezza, una condanna a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont), con patteggiamento della pena a due mesi per corruzione sui fondi neri dell'Eni. E' stato perfino coinvolto nella cattiva gestione dei fondi per il Terremoto dell'Irpinia del 1980 (circa 60.000 miliardi di lire), con i reati prescritti per decorrenza dei termini processuali.

Insomma, l'ex dc può dirsi a pieno titolo figlio legittimo della Prima Repubblica e di una certa gestione partitocratica propria dell'epoca. Eppure, è riuscito quasi per miracolo ad attraversare indenne la bufera personale e pubblica che lo ha investito. Nessun suicidio, nessuna fuga, nessuna maschera per cambiare volto e identità. Ma al contrario, sempre la stessa faccia e lo stesso sferzante vigore nella sua straordinaria capacità critica di analizzare i fatti e i misfatti politici. Propri e altrui.

Allora, dica un po’, siamo tornati a Tangentopoli?
“Se si continua così, il pericolo esiste”.
L’ormai ex presidente della regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, è colpevole o innocente?
“E’ un auspicio, ma è soprattutto una convinzione: spero che Ottaviano possa dimostrare la sua totale estraneità all’intera vicenda”.
Però la magistratura è parecchio politicizzata, bisogna ammetterlo.
“Io distinguo gli inquirenti dalla magistratura giudicante, che è saggia e decisamente terza e rappresenta una garanzia sotto il profilo dello stato di diritto. Gli inquirenti, anzi, per meglio dire, un appiccola parte degli inquirenti (che, come sempre capita nelle vicende storiche, sono poi le minoranze attive) richiano di combinare guai”.
E’dunque braccio di ferro tra magistratura e politica un’agguerrita lotta tra poteri?
“La magistratura, per lo meno un aristretta frangia di essa, vuole dimostrare di avere potere e di gestirlo in modo del tutto irresponsabile, cioè non assumendosene poi le responsabilità”.
Però sta di fatto che si sta levando di nuovo un preoccupante vento giustizialista...
“Sì, questo è un dato inequivocabile. Del resto, percorre l’Italia da 15 anni a questa parte”.
Secondo lei, perché?
“La ragione è una sola, ed è molto semplice: il giustizialismo ha preso il posto della politica, quella alta, quella autorevole. Quando abbiamo formazioni politiche che non hanno più un’identità, non selezionano più classi dirigenti e sono tutti impregnati da un concetto utilitario, a destra, al centro e a sinistra, la politica degrada, non ci sono più luoghi fisici nei quali ci si confronta, e ci si seleziona sul piano delle idee e delle energie e naturalmente il giustizialismo, cioè la piazza, diventa tranquillamente egemone”.
Previsioni per il futuro?
“Se non si ripristina il valore e la qualità della politica, ahimè, avremo ancora per molto tempo la piazza pronta a emettere sentenze”.
A quanto pare, sembra proprio di capire che per lei la piazza non è l’habitat naturale né della giustizia, né tantomeno della politica. E, tanto per dirne una, lei la manifestazione dello scorso 8 luglio a piazza Navona non l’avrebbe organizzata.
“Guardi, quella del processo in piazza è un’immagine che si lega alla storia ma a una storia molto lontana. E quella è l’unica occasione in cui è possibile pensare a una cosa del genere. Ma, tornando ai nostri giorni, quando la piazza sostituisce l’aula giudiziaria, o peggio ancora, l’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama, allora significa che siamo davanti a un disastro democratico. Il dramma è che in questo momento la grave emergenza democratica l’avvertono pochissimi”.

Elena Orlando (elyorl@tiscali.it )

Nessun commento: